Lo Stato: una banda di criminali che detiene la legittimità

di Robert Higgs, traduzione di Cristian Merlo

Qual è la differenza tra uno Stato e una banda di criminali, oppure la differenza tra quello e un’organizzazione che impone, con la violenza, le minacce e il ricatto, la propria protezione, come ad esempio fa la mafia? È semplice, la differenza può essere sintetizzata in una parola: “legittimità”


Qual è la differenza tra uno Stato (*) e una banda di criminali, oppure la differenza tra quello e un’organizzazione che impone, con la violenza, le minacce e il ricatto, la propria protezione, come ad esempio fa la mafia? È semplice, la differenza può essere sintetizzata in una parola: “legittimità”.

In pratica, questa nozione vaga evocherebbe l’idea in base alla quale le persone concepiscono lo Stato la sua composizione istituzionale, i suoi esponenti,  la sua condotta- come un ente moralmente accettabile o del tutto conforme, a differenza della mafia, la quale – quanto meno nella sua condotta è invece avvertita come un’organizzazione moralmente inaccettabile o impropria.

Molti Stati rivendicano che la loro legittimità riposi sulla concezione lockeana del consenso dei governati, ma in realtà questo consenso si configura come un fattore altamente problematico perché la popolazione dei cittadini raramente, se non mai, ha potuto liberamente esprimere la propria  scelta in ordine al fatto se aderire, o meno, all’assetto di potere precostituito.

I regimi ricorrono alla pubblica istruzione, alla propaganda, alle sentenze giudiziarie (rese dai propri giudici), alle elezioni politiche, alle audizioni pubbliche, e ad altri svariati artifici per infondere nella gente l’idea che i loro governanti sono inequivocabilmente delle autorità legittime, intese a intraprendere azioni legittime. Molti, se non tutti, di questi pretestuosi tentativi di giustificazione sono altamente discutibili, quando non del tutto falsi, e nessuno di essi si pone come prova decisiva del consenso prestato dai cittadini per essere governati, come lo sono, dai governanti che li soggiogano.

In realtà, il cosiddetto consenso dei governati consiste fondamentalmente nella mera acquiescenza- una rassegnazione diffusa, la quale sta semplicemente a indicare che la maggior parte delle persone preferisce sopportare la rapina dello Stato e le sue inesauste angherie, anziché fronteggiarle apertamente, con il rischio di incorrere in lesioni, nella prigionia, se non addirittura nella morte. L’acquiescenza della gente, in molti casi una sorta di cupa, risentita e implicita resa, difficilmente dota i governanti di una qualsivoglia giustificazione morale. Di fatto, anche nei paesi con il più alto tasso di partecipazione politica dei cittadini, la stragrande maggioranza delle persone può certamente considerare i propri politici, unitamente ai burocrati, con malcelato disprezzo, se non persino con una profonda e palese avversione.

Quando un governo riesce a rimanere al potere per lungo tempo, tuttavia, molte persone possono essere indotte ad accettarlo semplicemente per abitudine. Agli occhi di tanti, la sua presenza è del tutto incontestabile, proprio perché “è sempre esistito”, o perché il suo operato coincide esattamente con “lo stato delle cose”. Le persone inclini al conservatorismo potrebbero anche ritenere che l’antichità di per sé non solo sia sufficiente, ma costituisca anche un fondamento cogente per l’approvazione e la conservazione di istituzioni ormai costituite. Anche grandi filosofi liberali come David Hume e, ai nostri tempi, Anthony de Jasay reputano che i diritti non siano nient’altro che consuetudini, affermatesi, per un motivo o per l’altro, nel corso del lungo periodo; e, di conseguenza, hanno guadagnato la prerogativa della fiducia, dimostrando altresì una idoneità di adattamento “evolutivo” nel funzionamento efficiente di una società. A onor del vero, molte persone si abituano allo stato delle cose a prescindere da come questo si presenti, quand’anche la realtà si dovesse dimostrare del tutto irrazionale e illecita.

In ogni caso, l’asserita inequivocabile demarcazione di legittimità che separerebbe lo Stato dalle ordinarie bande di criminali si affievolisce, sino a diventare indistinta, qualora ci si appresti a una più approfondita analisi. Essa non scompare mai del tutto però, in funzione del fatto che, per una grossa fetta dei governati, gli sforzi del governo finalizzati a rivendicare la propria legittimità vanno perfettamente a segno. Questi individui, totalmente blanditi, sono coloro che si offrono volontari per montare la guardia al palazzo del potere le sue forze armate, la sua forza di polizia, nonché tutte le altre agenzie che sono legittimate a esercitare la violenza fisica e ogni altra forma di intimidazione  e che, di buon grado, inviano i propri figli a essere sacrificati in guerre straniere e in altre avventure similari. Essi forniscono, per così dire, legioni di “idioti essenziali”, parallele [e complementari, ndt] a quelle degli “utili idioti” che si annidano tra gli intellettuali, intenti a combattere la guerra delle idee e delle ideologie in nome dello Stato.

Da un paese all’altro, la suddivisione della società tra i soggetti irrimediabilmente sedotti e quelli semplicemente intimiditi varia notevolmente. Tutti i governi cercano di spostare la labile linea di demarcazione che separa le due categorie, facendo in modo che una percentuale vieppiù crescente di governati ricada nella prima.  Così, tutti i governi si protendono in sforzi incessanti per convincere la massa delle persone della competenza che li contraddistinguerebbe, delle proprie buone intenzioni, della capacità di essere stretti rappresentanti dei desideri del popolo, oltre che della bontà dei propri standard di comportamento, moralmente ineccepibili. Sebbene questi sforzi forniscano occasione per dare la stura al riso amaro delle persone avvedute e dallo spirito intemerato, si dimostrano comunque sufficienti per tenere a galla i governanti, i quali possono così perseverare nella loro opera di predazione e di repressione. La loro legittimità prevalente, tuttavia, è raramente poco più di un surrogato o di una contraffazione del solido elemento fondativo cui uno Stato ambirebbe, in cui la composizione, gli esponenti e la condotta sono generalmente desiderati e approvati.

Articolo di Robert Higgs su The Independent Institute

Traduzione di Cristian Merlo

Articolo originariamente apparso su Mises Italia

 

(*) Nell’ambito del presente scritto il termine originale “government” è stato tradotto, in base alle minime sfumature semantiche che fossero ravvisabili nell’economia del testo, in alcune circostanze come “Stato”, in altre come “governo”. In ogni caso, le due accezioni, forse mai come questa volta, sono sicuramente contigue e talvolta sovrapponibili.

Con la nozione di Stato si intende lo “Stato apparato”, ovvero quel potere centrale sovrano, stabile nel tempo e impersonale (o, per dirla con il giurista Paolo Grossi, “apparentemente atemporale, poiché sprovvisto del carattere proprio della storicità”), contraddistinto magari da differenti forme organizzative, ma che si caratterizza, in maniera ineludibile, per essere il detentore dell’uso legittimo della forza nell’ambito di un territorio ben definito.

Al contempo, con la nozione di “governo” si propone l’accezione più ampia che il termine è in grado di veicolare: ovvero, quella dell’insieme dei soggetti che in, in un dato Stato, detengono ed esercitano il potere politico. Questo significato abbraccia sostanzialmente, e in maniera comprensiva, non solo tutti gli organi dello Stato e degli altri enti pubblici, a prescindere dal potere cui essi inerisca (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma anche le forze politiche e sociali che partecipano comunque all’esercizio del potere politico (partiti e sindacati su tutte).

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