Socialismo versus libero mercato: qual è il vero sistema morale?

di C. Bradley Thompson, traduzione di Cristian Merlo

Nel corso della storia si è avuto modo di riscontrare due forme basilari di organizzazione sociale: il collettivismo e l’individualismo. Durante il Ventesimo secolo il collettivismo si è manifestato attraverso una molteplicità di declinazioni: socialismo, fascismo, nazismo, statalismo e comunismo sono soltanto alcune delle sue espressioni più notevoli. L’unico sistema sociale commisurato all’individualismo è, al contrario, il capitalismo improntato al laissez-faire.

Lo straordinario livello di prosperità materiale raggiunto dal sistema capitalista nel corso degli ultimi duecento anni è una questione di comprovata evidenza storica. Ma pochissime persone sarebbero disposte a difendere il capitalismo in quanto sistema di organizzazione sociale moralmente edificante.

Di questi tempi l’orientamento ortodosso e politicamente corretto, diffuso tra i professori universitari, i giornalisti e i politici, consiste nell’irridere il sistema della libera impresa. Ci viene detto che il capitalismo è un modello spregevole, cinico, sfruttatore, disumanizzante, alienante e, non da ultimo, schiavizzante.
Il mantra degli intellettuali recita più o meno così: in teoria il socialismo è il sistema sociale moralmente superiore, nonostante la sua infausta sequela di continui fallimenti nel mondo reale; al contrario, il capitalismo è un sistema moralmente insostenibile a prescindere dalla straordinaria prosperità che ha generato nel corso dei secoli. In altre parole, il capitalismo, nella migliore delle ipotesi, può essere difeso esclusivamente sul piano del pragmatismo. Lo si tollera semplicemente perché funziona.

In un regime socialista una classe dominante di intellettuali, burocrati e pianificatori sociali ha il potere di stabilire i desideri e i bisogni delle persone o di decretare cosa costituisca il “bene” per la società nel suo complesso e quindi utilizza il potere coercitivo dello Stato per regolare, tassare e ridistribuire la ricchezza di coloro che lavorano per vivere. Detto altrimenti, il socialismo costituisce una forma di furto legalizzato.
La moralità del socialismo può essere sintetizzata in due parole: invidia e auto-sacrificio. L’invidia non solo può manifestarsi come il desiderio di possedere la ricchezza di tizio, bensì anche come l’ambizione di vedere la ricchezza di un altro contrarsi al livello della propria.
L’insegnamento del socialismo sul concetto di auto-sacrificio è stato ben enucleato da due dei suoi più grandi assertori, Hermann Goering e Benito Mussolini. Il principio supremo del nazismo (nazional-socialismo), ha affermato Goering, è che “ll bene comune antecede quello privato”. Il fascismo, sosteneva Mussolini, è “una vita in cui l’individuo, attraverso il sacrificio dei propri interessi privati ​​… realizza in maniera completa quell’esistenza spirituale in cui risiede il suo valore di uomo”.
Il socialismo è il sistema sociale che istituzionalizza l’invidia e il sacrificio di sé; è il sistema sociale che impiega la coazione e la violenza organizzata dello Stato per espropriare la ricchezza generata dalla classe dei produttori col fine di redistribuirla alla classe dei parassiti.

Nonostante l’odio psicotico degli intellettuali verso il capitalismo, esso è il solo ed unico sistema di organizzazione sociale morale e giusto.
Il capitalismo è il solo sistema morale perché richiede agli esseri umani di confrontarsi con altri individui che desiderano porre in essere degli scambi, cioè di agire come agenti morali liberi che interagiscono e vendono beni e servizi sulla base del mutuo consenso.
Il capitalismo è il solo sistema giusto perché il criterio esclusivo che determina il valore dei beni scambiati è l’apprezzamento libero, volontario e universale del consumatore finale. La coercizione e la frode costituiscono un anatema per il sistema di libero mercato.
Inoltre, il capitalismo è un sistema al contempo morale e giusto perché il grado con cui l’uomo può salire o scendere “l’ascensore sociale” è determinato dalla sua propensione a mettere a frutto la capacità creativa sviluppata con il proprio esercizio intellettuale. Il libero mercato è l’unico sistema sociale che premia il merito, l’abilità e il successo, a prescindere dallo status di nascita o dalla posizione sociale rivestita da un individuo.

Sì, ci sono certamente vincitori e perdenti nel capitalismo. I vincitori sono coloro che si dimostrano onesti, industriosi, riflessivi, prudenti, frugali, responsabili, disciplinati ed efficienti. I perdenti sono coloro che si rivelano inconcludenti, pigri, imprudenti, scialacquatori, negligenti, privi di senso pratico e inefficienti. Il capitalismo è l’unico sistema sociale che premia la virtù e punisce il vizio. Questo vale sia per il dirigente d’azienda che per il falegname, per l’avvocato come per l’operaio in fabbrica.

Ma come opera una mente imprenditoriale? Vi siete mai chiesti quali potessero essere i processi mentali che hanno ispirato gli uomini e le donne i quali hanno donato al mondo la penicillina, il motore a combustione interna, l’aereo, la radio, la luce elettrica, il cibo in scatola, l’aria condizionata, la lavatrice, la lavastoviglie, il computer, ecc.?
Quali sono le peculiarità dell’imprenditore? L’imprenditore è quell’uomo o quella donna dotato di uno slancio illimitato, di iniziativa, intuizione, energia, oltre che di ardimentosa creatività, ottimismo e ingegno. L’imprenditore è l’uomo che vede in ogni campo un potenziale giardino, in ogni seme una mela. La ricchezza, di fatto, inizia con delle idee che fanno capolino nella testa delle persone.
L’imprenditore è quindi soprattutto un uomo che agisce con la mente. L’imprenditore è colui che pensa costantemente a nuovi modi e a nuove soluzioni per migliorare la vita materiale o spirituale del maggior numero di persone.
E quali sono le condizioni sociali e politiche che incoraggiano o inibiscono la mente imprenditoriale? Il sistema di libera impresa non sarebbe nemmeno concepibile se non venisse garantita l’inviolabilità di istituti quali la proprietà privata, la libertà contrattuale, il libero scambio e la rule of law.
Ma l’elemento che l’imprenditore apprezza su tutti gli altri è la libertà: la libertà di sperimentare, inventare e produrre. La cosa che l’imprenditore teme è invece l’intervento dello Stato. La tassazione e la regolamentazione sono i mezzi con cui i pianificatori sociali puniscono e limitano gli uomini o le donne che sviluppano idee.

Welfare, regolamentazioni, tasse, tariffe, leggi sul salario minimo sono nella loro essenza immorali perché usano il potere coercitivo dello Stato per indirizzare la scelta e l’azione umana; sono immorali perché impediscono o negano la libertà di scegliere il modo in cui poter condurre le nostre esistenze; sono immorali perché rinnegano il nostro diritto a vivere come agenti morali autonomi; e sono immorali perché disconoscono la nostra umanità essenziale. Se pensate che queste siano considerazioni del tutto esagerate, provate a smettere di pagare le tasse per un anno o due e poi mi direte cosa succede.

I requisiti per il successo in una società libera richiedono che i comuni cittadini impostino la propria vita in conformità a determinate virtù – quali, volendo esemplificare, la razionalità, l’indipendenza, la laboriosità, la prudenza, la frugalità, ecc. In una società capitalista realmente libera gli individui devono scegliere da sé come orientare la propria condotta esistenziale e quali valori intendano perseguire. In un regime socialista, al contrario, la maggior parte delle decisioni che hanno un impatto sulle singole esistenze viene assunta, in luogo degli interessati, da altri.

Tanto il socialismo quanto il capitalismo hanno programmi di incentivazione. Ma nel socialismo operano incentivi integrati che inducono a sottrarsi alla responsabilità. Non c’è alcun motivo di lavorare più duramente degli altri visto che le ricompense sono condivise e quindi del tutto inavvertite per l’individuo che lavora sodo; al contrario, l’incentivo è quello di lavorare meno degli altri in quanto la perdita immediata viene messa in compartecipazione e quindi risulta del tutto sopportabile per il fannullone.

In un contesto di effettivo libero mercato, l’incentivo è invece quello di lavorare di più perché ogni produttore riceverà il valore totale del proprio atto produttivo – atteso che i premi non sono condivisi. In poche parole: il socialismo premia l’ignavia e penalizza l’industriosità, mentre il capitalismo premia il duro lavoro e penalizza la pigrizia.
Secondo la dottrina socialista, esiste una quantità limitata di ricchezza nel mondo che deve essere redistribuita equamente tra tutti i cittadini. Il guadagno di una persona con tale sistema equivale alla perdita secca di un’altra.

In accordo all’insegnamento del laissez-faire, la ricchezza possiede invece un illimitato potenziale di crescita così come i frutti del proprio lavoro dovrebbero essere interamente conservati dal suo produttore. Ma a differenza del socialismo, in un sistema autenticamente capitalista il guadagno di una persona riflette il guadagno di tutti. La ricchezza è distribuita in modo diseguale ma il suo bastimento aumenta per tutti.

Purtroppo, l’America non può più essere considerata una nazione capitalista. Viviamo sotto quella che viene più propriamente definita un’ ”economia mista”, cioè un sistema economico che consente la proprietà privata, ma solo a discrezione dei pianificatori del governo. Un mix di capitalismo e di socialismo, insomma.

Quando lo Stato redistribuisce la ricchezza attraverso la tassazione, quando tenta di controllare e di regolare la produzione e i commerci, chi sono i vincitori e chi i perdenti? In questo tipo di economia i vincitori e i perdenti sono rovesciati: i vincitori sono quelli che alzano maggiormente la voce per ottenere una sovvenzione mentre i perdenti sono quei cittadini tranquilli che lavorano sodo e pagano le tasse. Come conseguenza del nostro esperimento di sessant’anni di economia mista e di Welfare State, l’America ha generato due nuove classi di cittadini. La prima è una classe svilita di persone assistite, i cui mezzi di sopravvivenza dipendono dall’espropriazione forzata della ricchezza ai cittadini che lavorano, per mano di una casta professionale di pianificatori sociali incistati nel corpo del governo. In tutto questo, gli uomini e le donne dimenticati sono proprio i cittadini tranquilli, laboriosi, ligi alle leggi, quei contribuenti produttori vocati a occuparsi dei propri affari ma costretti a lavorare per lo Stato e i suoi servi.

Il ritorno del capitalismo non sarà possibile finché non ci assisterà a una rivoluzione morale in questo Paese. Dobbiamo riscoprire e quindi insegnare ai nostri giovani le virtù associate all’essere cittadini liberi e indipendenti. Allora, e solo allora, ci sarà giustizia sociale in America.

Articolo di C. Bradley Thompson su Ashbrook

Traduzione di Cristian Merlo