La lotta di classe è reale. I produttori di ricchezza devono rendersene conto

di Matthew McCaffrey, traduzione di Cristian Merlo

I libertari si dimostrano spesso scettici quando si ha a che fare con l’idea della lotta di classe. Questo non deve certo sorprendere, considerato quanto il concetto sia strettamente associato alla figura di Karl Marx. Tuttavia, Marx non è stato l’ideatore della teoria del conflitto di classe, in quanto la stessa venne in realtà sviluppata dai liberali francesi nel XIX secolo. Infatti, furono gli intellettuali liberali classici in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti a porsi come gli antesignani dello sviluppo della teoria delle classi.

Marx, Engels e lo stesso Lenin erano ben consapevoli delle origini della dottrina delle classi e riconoscevano apertamente l’influenza esercitata dagli studiosi borghesi. Tuttavia, i marxisti svilupparono una loro versione della teoria che era nettamente inferiore e deficitaria rispetto a quella avanzata dai liberali francesi.

Entrambe le parti concordavano sul fatto che la società era costituita da classi sfruttate e da classi sfruttatrici. Tuttavia, per i liberali, la società non era caratterizzata dalla divisione tra borghesia e proletariato, bensì tra i produttori di ricchezza e la classe politica. I liberali hanno riconosciuto che vi sono fondamentalmente due modalità antinomiche per organizzare lo sforzo produttivo umano: la pacifica cooperazione e il commercio da una parte, e la violenza dall’altra. Ogni metodo – la pace e l’esercizio del potere – genera gruppi di persone con interessi distinti e contrapposti. Il primo è un metodo che tende a organizzare gli agenti nell’ambito della divisione del lavoro, per cui ogni persona contribuisce volontariamente al benessere degli altri. Il secondo organizza gli individui in gruppi politici che rivendicano monopoli fondati sulla coercizione.

È importante sottolineare che, in questa prospettiva, l’appartenenza alla classe non si basa sul ruolo assunto all’interno delle dinamiche economiche – come quello di lavoratore o di imprenditore – bensì sulle fonti di reddito. Alcuni membri della società guadagnano la propria ricchezza attraverso la produzione e lo scambio, mentre altri la acquisiscono attraverso la redistribuzione. Lo Stato moderno non solo istituzionalizza la redistribuzione, ma crea un ramificato sistema di privilegi per gli individui e i gruppi che intende sostenere. Questi gruppi includono le imprese che cercano di sottrarsi dalla concorrenza di mercato, ma anche le classi degli intellettuali, sulle quali lo Stato fa affidamento per il supporto prestato nell’influenzare l’opinione pubblica.

È difficile definire perfettamente l’appartenenza all’una o all’altra classe. Ad ogni modo, un buon punto di partenza è distinguere tra coloro che guadagnano il proprio reddito netto attraverso la produzione e coloro che lo acquisiscono attraverso la predazione. Il governo redistribuisce la ricchezza avvalendosi di svariati canali, ma lo strumento cui ricorre sistematicamente è la tassazione. I membri produttivi della società sono contribuenti netti, mentre i membri della classe politica sopravvivono parassitariamente come consumatori netti di tasse. La tassazione istituzionalizza il divario tra lo Stato e i suoi gruppi privilegiati da un lato e le classi produttive dall’altro.

Purtroppo, Marx ed Engels compresero solo parzialmente la concezione liberale, sebbene la teoria faccia capolino, almeno occasionalmente, nelle loro opere. Ad esempio, Engels ha descritto la politica americana come segue:

In nessun luogo i “politici” formano una frangia della nazione più frazionata e potente che nel Nord America (cioè negli Stati Uniti). Lì, ciascuno dei due principali partiti che si alternano al potere è a sua volta controllato da persone che intendono fare affari con la politica… È in America che vediamo meglio come si svolge questo processo del potere statale che tende a rendersi indipendente rispetto alla società … qui troviamo due grandi bande di speculatori politici, che alternativamente prendono possesso del potere dello Stato e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e per gli scopi più corrotti – mentre la nazione risulta impotente contro questi due grandi cartelli di politici che apparentemente dovrebbero servirla, ma in realtà la dominano e la depredano (enfasi aggiunta.)

Engels potrebbe anche scrivere circa l’attuale politica elettorale. Sfortunatamente, Marx e i suoi seguaci si sono allontanati rispetto al nucleo fondante della teoria liberale per sviluppare il proprio approccio analitico, il quale rimane ancor oggi dominante in seno all’opinione pubblica.

Questa discussione tratta solo superficialmente le implicazioni della concezione liberale classica della teoria delle classi, che conserva ancora un enorme potenziale di ricerca per i giovani studiosi della tradizione liberale. Per coloro che vogliono saperne di più, Ralph Raico ha scritto due saggi eccezionali sull’argomento (qui e qui; qui, l’audio). David Hart ha portato a termine anche un’imponente quantità di ricerche sui liberali francesi e sulla loro teoria del conflitto di classe, molti delle quali possono essere reperite sul suo sito web (qui). In tempi più recenti, persone come Murray Rothbard e Roderick Long hanno affinato e ampliato la teoria liberale.

L’analisi del conflitto di classe è rilevante oggi come lo era due secoli fa, se non di più. In effetti, la sua diffusione potrebbe avere un impatto altrettanto importante per il progresso della libertà quanto lo è stata la diffusione della teoria marxista per lo sviluppo del socialismo.

Tragicamente, il messaggio del liberalismo è semplice, ma paradossalmente difficile da comunicare: lo sfruttamento violento attraverso la politica crea conflitti distruttivi di classe; la cooperazione pacifica attraverso il mercato li evita nella maniera più assoluta.

Articolo di Matthew McCaffrey su Mises Institute

Traduzione di Cristian Merlo