Parassitismo politico e lotta di classe. Per una riscossa dei produttori

È da pochi giorni disponibile in commercio il libro Parassitismo politico e lotta di classe. Per una riscossa dei produttori (Leonardo Facco Editore, 286 pagine), una tra le più approfondite raccolte di studi intese a indagare il conflitto di classe tra produttori di ricchezza e parassiti.

Autori: Cristian Merlo, Guglielmo Piombini, Ralph Raico, David Hart, Alessandro Vitale.

Il libro si struttura in forma antologica, composto da cinque saggi densi, rigorosi, coerenti, e soprattutto finalizzati alla ricerca di una verità storica e sociologica.

Indice:

  1. I misteri del parassitismo politico: indagine sull’origine, la natura e le conseguenze di un fenomeno universale e universalmente sottaciuto, di Cristian Merlo
  2. Verso una teoria liberale della lotta di classe, di Guglielmo Piombini
  3. Le radici liberali classiche a fondamento della dottrina marxista della lotta di classe, di Ralph Raico, traduzione di Cristian Merlo
  4. La Spoliazione legale nel pensiero di Frédéric Bastiat, di David Hart, traduzione di Cristian Merlo
  5. Rendita politica, Stato e parassitismo, di Alessandro Vitale

L’obiettivo che ci si propone con questa antologia è quello di fornire agli sfruttati, attraverso fondate argomentazioni di natura morale, giuridica ed economica, le difese culturali necessarie a respingere gli inevitabili tentativi di assalto armato dei parassiti alle proprie ricchezze e alla propria libertà.

La convinzione è che l’analisi del conflitto di classe sia rilevante oggi come lo era due secoli fa, se non ancor di più. L’auspicio è che promuovere la sua diffusione possa “avere un impatto altrettanto importante per il progresso della libertà quanto lo è stata la diffusione della teoria marxista per lo sviluppo del socialismo”.

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Idee chiave

In tutte le lingue indoeuropee il termine “parassitismo” indica il “vivere a spese di un altro” e del suo lavoro. È un fenomeno macroscopico nella storia e nelle società umane, talmente universale da dominare anche il mondo animale, come norma piuttosto che come eccezione. Eppure, paradossalmente, tale questione costituisce, da svariato tempo, una materia d’indagine poco studiata e un argomento di studio pressoché assente nei manuali delle scienze sociali, e di quelle politiche in particolare. Il silenzio, la disattenzione o l’indifferenza al problema non sono però certo casuali o immotivati: nascondere, negare o imporre una propria “agenda degli studi” è sicuramente funzionale a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica circa la reale natura e le logiche del parassitismo, che va comunque inquadrato nella contrapposizione fra due tipologie opposte di relazioni umane: da una parte le interazioni contrattuali, libere e volontarie (relazioni di contratto-scambio), dall’altra i rapporti egemonici e coercitivi, ottenuti con la violenza o con la minaccia di farne uso (relazioni politico-coercitive). Troppe volte, anche in virtù di narrazioni ideologiche che hanno goduto e tuttora godono di un’incredibile fortuna politica e intellettuale, si è cercato di capovolgere semanticamente il senso della realtà, attribuendo alle relazioni volontarie tra gli uomini la responsabilità dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre i rapporti egemonici fondati sulla brutale costrizione vengono spacciati come modelli di autentica libertà. La verità è però un’altra ed è da tempo evidente per chiunque sappia leggere i fatti con un minimo d’indipendenza critica: la vera classe parassitaria e sfruttatrice è quella che detiene le redini del potere politico e si avvale dello Stato, quale straordinario canale legale, ordinato e sistematico di predazione, per confiscare le risorse ai cittadini produttivi.

Estratti di lettura

I misteri del parassitismo politico: indagine sull’origine, la natura e le conseguenze di un fenomeno universale e universalmente sottaciuto – di Cristian Merlo

Estratto: Premessa

Non solo “l’enorme pianta malefica delle paghe pubbliche” non è stata sradicata. Non solo le persone di buona volontà hanno smarrito ogni afflato per sradicarla. Non solo pare essere sparito dalla scena del dibattito pubblico qualsiasi accenno al tema del parassitismo politico e della spoliazione legale. Ma, e questo è ciò che potrebbe sembrare ancor più paradossale, ci stiamo avviando verso una stagione politica in cui si confida che il rilancio – economico, morale e istituzionale – del Paese possa passare esclusivamente per l’irrobustimento di quell’“enorme pianta malefica”, lasciando presagire che la sola idea, stantia e obsoleta, di sfrondare e sfogliarne i ramoscelli possa pregiudicare la stessa tenuta dell’intero ecosistema. Viviamo, di fatto, in tempi in cui le parole “parassitismo” e “assistenzialismo”, anziché veicolare idee da screditare e logiche da combattere, si pongono come il fulcro di ogni progetto di crescita economica e come il lievito del riscatto sociale.

Arrivati a questo punto, il lettore si starà chiedendo cosa possa aver spinto quell’ex – adolescente, da tempo disilluso, a curare un’antologia che tratta di temi ormai desueti, del tutto dimenticati dal grande pubblico o, peggio, nei confronti dei quali la percezione dell’opinione pubblica sia ormai profondamente mutata. La risposta è sicuramente racchiusa negli stessi motivi che hanno indotto un lettore curioso e interessato a investire degli euro per acquistare un volume che espone idee, argomenta problematiche e riscopre filoni di pensiero che ben difficilmente potrebbero trovare accoglienza sugli scaffali di una libreria.

E le ragioni sono facilmente riconducibili alla volontà di non abdicare, più che al pensiero dominante, alla dittatura del nonsenso e all’atrofizzazione della logica…

Estratto: Capitolo 2. Due modalità contrapposte di concepire l’esistenza e di procurarsi da vivere

Un’analisi che intenda gettar luce sui fenomeni della spoliazione e del parassitismo deve necessariamente prendere le mosse da una constatazione tanto evidente quanto raramente indagata, che si sostanzia nell’assoluta e irriducibile inconciliabilità tra due modalità contrapposte di concepire l’esistenza e di procurarsi da vivere: le relazioni di contratto-scambio da una parte e quelle politico-coercitive dall’altra.

Le prime sono tipiche espressioni della dimensione economica, innervano i rapporti contrattuali e gli scambi pacifici, liberi e volontari, e sono trasfuse e sintetizzate in un processo – quello di mercato – che produce esiti a “somma positiva”, in cui cioè i partecipanti possono nutrire una ragionevole aspettativa di ricavarne un guadagno. Il processo di mercato, infatti, favorisce e premia l’assunzione di una logica integrativa, in virtù della quale le parti in gioco si convincono che anziché prevaricare sull’avversario, risulta alquanto più pagante ricorrere a meccanismi cooperativi per riconfigurare un problema oggetto di controversia, disinnescando ex ante il conflitto e perseguendo delle soluzioni finali profittevoli per tutti.

La totalità dei benefici estraibili dall’adozione di una strategia cooperativa può essere illustrata metaforicamente come una “torta”: l’approccio integrativo che permea questo tipo di strategia tende a profondere sforzi per ingrandire la quantità della torta (costituita dal complesso dei beni e dei servizi disponibili) e per moltiplicare i benefici generati dal fiorire delle occasioni di accesso allo scambio, purché il processo di soddisfacimento dei liberi progetti individuali sia sempre ispirato alla logica del “vincere insieme” (win-to-win).

Le relazioni politico-coercitive, al contrario, sono proprie del regno che fa capo al primato dello Stato e della politica, ravvisano nella confisca delle risorse prodotte da altri e nell’appropriazione dei frutti dell’altrui lavoro la propria stella polare e generano irrimediabilmente degli esiti a somma negativa. In un simile contesto, di fatto, il guadagno di un soggetto corrisponde alla perdita di un altro e il fenomeno diventa tanto più marcato quanto più vi sono assetti strutturali e “istituzionali” che promuovono l’assunzione di una logica distributiva, che incentiva le parti in gioco a desiderare di conseguire il massimo risultato a discapito delle parti antagoniste. In forza di tale approccio, gli individui interagenti si battono per una quantità fissa o limitata di beni e servizi, e confidano di potersi accaparrare una porzione o una “fetta” della torta infliggendo una corrispettiva perdita alla controparte.

 …La dicotomia fra obbligo contrattuale e obbligo politico segna del resto anche la differenza fondamentale che contraddistingue le antitetiche modalità di acquisizione delle risorse che sono proprie di quei due mondi.

Se l’obbligazione contrattuale è la fonte di un reddito di mercato”, cioè di utili derivanti da lavoro, cooperazione e scambio, al contrario l’obbligazione politica costituisce la fonte della “rendita politica”, ovvero di vantaggi parassitari che alcuni gruppi privilegiati ottengono a spese di chi viene assoggettato alla espropriazione delle risorse legittimamente guadagnate nel circuito produttivo e subisce il taglieggiamento dei frutti del proprio onesto lavoro…

Estratto: Capitolo 4. Parassitismo politico e squilibri territoriali: il modello Italia

…intensificando le stesse logiche applicabili ai rapporti interindividuali, esistono situazioni, condizioni e circostanze per cui l’opzione di vivere alle spalle degli altri può essere razionalmente assunta a modello sociale dominante, e il parassitismo diventare ben presto il paradigma di riferimento che regola la vita di interi territori, che plasma la vita delle loro istituzioni e che condiziona le dinamiche di azione delle comunità che su tali territori insistono. Di fatto, tanto per gli individui singolarmente considerati quanto per i territori e le loro istituzioni, l’eguaglianza sganciata da ogni considerazione di giusta attribuzione dei diritti proprietari conduce invariabilmente all’opportunismo e alla più severa irresponsabilità.

Stante i particolari assetti istituzionali che permeano l’ordinamento italiano e a fronte degli astrusi e opachi meccanismi di finanza derivata che ne governano i rapporti finanziari, esiste un modo rigoroso per conoscere quanto un territorio produce, contribuendo al finanziamento dell’azione pubblica e quanto, di contraltare, riceve sotto forma di flussi in entrata? E possono essere misurati, in maniera oggettiva e sistematica, gli effettivi rapporti di debito o di credito che un’area territoriale vanta nei confronti delle altre? Inoltre, ammesso e non concesso che esista, può essere fissata, ex ante, una misura giusta di redistribuzione finalizzata alla perequazione delle risorse tra territori ricchi e territori poveri, evitando che il sostegno che questi ultimi ricevono in nome dell’eguaglianza si trasformi poi in una pretesa di assistenza perpetua?

… Dati i meccanismi di perequazione e gli strumenti di redistribuzione di cui può avvalersi la politica economica dei moderni Stati democratici, può ben succedere che un’area territoriale produca molto e disponga proporzionalmente di poco per il proprio consumo o, viceversa, che un’altra area consumi troppo rispetto alle proprie capacità produttive.

In Italia, è proprio il caso di dire, vi è stato un abuso e un utilizzo indiscriminato di questi meccanismi e di questi strumenti. Se si guarda alla storia del periodo repubblicano, è innegabile ravvisare che il Sud non rappresenti solo il grande pretesto che ha legittimato l’adozione di schemi di interposizione pubblica sempre più pressanti, bensì sia stato e continui ad essere anche il principale collettore di un incommensurabile flusso di risorse pubbliche maneggiato da un elefantiaco apparato burocratico-clientelare del tutto autoreferenziale, il quale, più che risolvere i problemi dei beneficiari, ha fiaccato nel tempo le energie produttive degli spogliati. Questa logica di intervento, col tempo, ha progressivamente minato gli incentivi alla produzione e favorito le dinamiche di ricerca della rendita parassitaria a spese dell’azione cooperativa, fornendo legittimazione e copertura politica allo sfruttamento estrattivo del valore in luogo del riconoscimento della superiorità morale e pratica del suo atto di creazione.

La narrazione del divario fra Nord e Sud, specie se si tiene conto dei livelli assoluti di consumo pro capite, ossia dei consumi corretti per la composizione familiare e il livello generale dei prezzi, assume i contorni di una mera lamentazione retorica…

Estratto: Capitolo 5. Il parassitismo si nutre di mezzi politici

Va da sé che la relazione coercitiva di tipo egemonico non può che sfociare nell’imposizione di un “punto di vista privilegiato” sul mondo da parte di una ristretta élite di governanti, in quanto essi si sentono pienamente legittimati e investiti di tale prerogativa in virtù della consunta mitologia del grande Legislatore infallibile e depositario della Verità e della Sapienza.

Gli effetti che ne discendono sono perversi e distruttivi.

Innanzitutto perché ogni tentativo di etero-regolamentazione degli scambi intersoggettivi e della cooperazione sociale si dimostra un processo velleitario e fallace, in ragione del fatto che i governanti, non diversamente dai governati, dispongono di una conoscenza della realtà che è del tutto parziale, limitata e frammentaria.

Ma, in seconda istanza, si produce invariabilmente ciò che Aristotele paventava come un rischio ineludibile: la trasformazione della pólis in oikía, il tralignamento del pluralismo e dell’ordine composito della vita sociale in una allocazione politico-clientelare delle risorse estratte ai produttori, la cui spoliazione viene legittimata dalla bontà del proposito di inseguire il “bene comune”, la nuova e sempre rinascente frontiera di fascinazione collettiva.

Non ci si rende però conto che quella del “bene comune” è un’idea straordinariamente potente e scivolosa, nella misura in cui può disporre di una forza e di un prestigio assoluti, capaci di travolgere ogni sottostante considerazione di merito. Il concetto è in realtà un guscio vuoto che può essere riempito a piacimento da chi detiene le redini del potere, libero di stabilire arbitrariamente i fini che intende perseguire in ragione dell’imposizione discrezionale della propria scala di valori (monopolio della verità), e di confiscare legalmente a chi li produce i mezzi necessari al conseguimento di tali fini (attacco alla proprietà privata).

Ciò non può che condurre, inevitabilmente, al trionfo del verticismo gerarchico e alla militarizzazione dei rapporti sociali.

Verso una teoria liberale della lotta di classe – di Guglielmo Piombini

Estratto: Capitolo 4.  La critica austriaca alla teoria di classe marxiana

Parlare di conflitto di classi all’interno del mercato è quindi privo di senso, così come è assurdo sostenere l’esistenza, nell’economia libera, di un conflitto di interessi tra razze, popoli o nazioni, le quali invece non possono che avvantaggiarsi dall’interscambio reciproco.

Quando, allora, alcune classi vengono a trovarsi in una situazione di inerente conflitto? Naturalmente, solo quando una certa classe di individui può usare la coercizione statale a danno degli interessi di altre classi. Qualsiasi gruppo che s’impossessi delle leve del comando è in conflitto di interesse con i gruppi che ne rimangono estranei. Come abbiamo detto più volte, è solo la relazione con lo Stato che determina l’appartenenza o meno di un individuo alla classe dominata o dominante, non la sua posizione nel mercato.

La classe privilegiata dallo Stato può ben essere qualificata dalla sua razza (ad esempio ebrea o ariana), dalla sua nascita (ad esempio paria o bramina), dalla sua nazionalità, dalla sua religione, e così via. Se lo Stato stabilisce una condizione di privilegio per tutti coloro che hanno i capelli biondi, allora questa diventa la classe dominante. Il fatto che un individuo sia ascrivibile alla categoria dei capitalisti o dei proletari non lo colloca per ciò solo all’interno della classe dominante o dominata. Se per ipotesi una coalizione di industriali riesce ad ottenere sussidi o altre protezioni statali, ecco allora che diventa classe sfruttatrice, ma solo da questo momento in poi, non prima!

Estratto: Capitolo 5.  La lotta di classe nella storia

La regola costante della storia umana è che ovunque vi sia ricchezza vi sono anche ceti parassitari che cercano di appropriarsene senza il consenso di coloro che hanno creato tali risorse. Per questa ragione i produttori sono costantemente minacciati dal saccheggio e dallo sfruttamento perpetrato da banditi nomadi (i comuni predoni) o, più spesso, da banditi stanziali, che a differenza dei primi sono riusciti a istituire un monopolio organizzato e regolare del furto, escludendo tutti gli altri concorrenti da una certa area territoriale, fregiandosi così del titolo di “governanti”. Solo una coerente teoria liberale della lotta di classe, fondata su convincenti argomentazioni morali, giuridiche ed economiche, può fornire ai ceti produttivi le difese culturali necessarie per respingere gli inevitabili tentativi di assalto armato dei poteri politici e criminali alle proprie ricchezze e alla propria libertà.

Le radici liberali classiche a fondamento della dottrina marxista della lotta di classe – di Ralph Raico, traduzione di Cristian Merlo

Estratto: Capitolo 2.  Origini dell’industrialismo

La teoria liberale del conflitto di classe emerse in una forma affinata in Francia, nel periodo della Restaurazione borbonica, dopo la sconfitta definitiva e l’esilio di Napoleone. Dal 1817 al 1819, due giovani intellettuali liberali, Charles Comte e Charles Dunoyer pubblicarono la rivista Le Censeur Européen; a partire dal secondo volume (numero), Augustin Thierry collaborò a stretto contatto con loro. Il Censeur Européen concorse a sviluppare e a divulgare una versione radicale del liberalismo, che continuò a influenzare il pensiero liberale fino ai tempi di Herbert Spencer e anche oltre. Tale rivista può essere considerata come un nucleo costitutivo – e quindi come uno degli elementi storicamente caratterizzanti – del liberalismo autentico.

Estratto: Capitolo 7.  Il parassitismo dei funzionari pubblici

La classe degli sfruttatori coevi che, più di ogni altra, fu oggetto di indagine da parte degli autori industrialisti fu quella dei funzionari pubblici e dei burocrati che detenevano le leve del potere. Mutuando le parole di Comte:

Ciò che non deve essere mai perso di vista è che un funzionario pubblico, nella sua veste di funzionario, non produce proprio alcunché; e che, al contrario, egli esiste solamente in virtù dei frutti generati dalla classe produttiva. A tale stregua, egli non può consumare assolutamente nulla che non sia stato dapprima sottratto ai produttori…

La Spoliazione legale nel pensiero di Frédéric Bastiat – di David Hart, traduzione di Cristian Merlo

Estratto

Ci sono solo due modi con cui la ricchezza (la proprietà) può essere acquisita: in primo luogo, in virtù dell’attività individuale volontaria e degli scambi liberamente concordati con gli altri (“servizio in corrispettivo di un altro servizio”) posti in essere dai cosiddetti “produttori”; in secondo luogo, si può far ricorso al furto (coercizione o frode) perpetrato da terzi soggetti, che possiamo definire “predatori”. L’esistenza della predazione è una questione scientifica, un fenomeno empiricamente dimostrato dallo studio della storia. I predatori si sono storicamente organizzati in Stati e hanno cercato di giustificare le proprie attività quali un’eccezione ai principi morali universali, introducendo leggi atte a “ratificare” la spoliazione, e un codice morale inteso a “magnificarla”. I predatori tendono a ingannare le loro vittime per mezzo di “stratagemmi” (inganni, raggiri, frodi) e l’uso di “sofismi” (fallacie) per legittimare e mascherare ciò che stanno compiendo. È compito degli economisti politici come Bastiat svelare i trucchi, gli espedienti e le menzogne usate dai predatori per nascondere quel che fanno agli occhi dei “raggirati” (la gente comune), in vista dell’eliminazione della spoliazione organizzata e consentire un buon funzionamento delle società.

Rendita politica, Stato e parassitismo – di Alessandro Vitale

Estratto: Capitolo 2. L’analisi di un fenomeno macroscopico, nel solco di una tradizione scientifica interrotta

Nonostante l’imponenza, la vastità del problema, la diffusione e l’influenza del fenomeno nella storia umana (tanto che qui potranno esserne trattati solo pochi aspetti), manca così ancora oggi una teoria sistematica del “parassitismo politico”. Infatti, anche se secondo Ludwig Gumplowicz, Max Weber e tanti altri è dovere dello scienziato della politica non sottrarsi all’esame di realtà che possano apparirgli sgradevoli, il tema del parassitismo è stato espunto e occultato per più di un secolo dalle scienze sociali, della politica e dell’azione umana, che hanno preferito, con eccezioni più uniche che rare, chiudere gli occhi di fronte alla sua proliferazione nelle forme sempre più sofisticate ma dilaganti dello Stato burocratico. I guru delle nuove discipline sono riusciti a imporre la loro “agenda degli studi”, svolgendo in pieno il ruolo legittimante di intellettuali di corte e burocrati, eliminando per convenienza temi chiave troppo scomodi e per nulla remunerativi dal “vetrino dei loro microscopi”, cercando di far dimenticare il fatto che la Scienza della Politica ai suoi primordi, a partire dalla “Scuola elitista” italiana (Mosca, Pareto, Michels, Ferrero), avesse ben presente il fenomeno e lo giudicasse di importanza cruciale…

Estratto: Capitolo 3. Cos’è il parassitismo politico

Il parassitismo, ossia il “vivere alle spalle degli altri”, metodo per procacciarsi risorse che non sono state prodotte o scambiate, ma conquistate con l’uso potenziale (minaccia) o effettivo della violenza, è quanto di più connaturato alla politica e di più diffuso si possa immaginare. In tutte le lingue indoeuropee, il termine per “parassitismo” indica “vivere a spese di un altro” e del suo lavoro. È un fenomeno talmente universale da dominare anche il mondo animale, come norma piuttosto che come eccezione…

… Il parassita è colui che non produce ricchezza, ma vive consumando quella prodotta da altri. Insieme ad altri simili takers può formare un’intera classe predatoria (anche di milioni di persone) che vive del lavoro e delle risorse altrui, contrapponendosi alla classe dei makers, dei produttori sottoposti a tributo.

… La politica – e ancor più lo Stato, in quanto “organizzazione dei mezzi politici” per l’acquisizione della ricchezza, che in esso raggiungono un grado di concentrazione, organizzazione e sistematizzazione mai visto in epoche passate e che trasforma in tal modo questa aggregazione politica, nella quale ancora viviamo, nella massima espressione del parassitismo sistematizzato, fruibile da parte di classi politiche e burocratiche in modo regolare e relativamente tranquillo – forniscono una scorciatoia per l’appropriazione di ricchezze prodotte da altri e la conquista/mantenimento di posizioni di potere politico (consentendo di vivere sotto l’ombrello di chi può minacciare l’impiego della violenza) e sono il modo più facile per sfuggire alla necessità di lavorare e all’incertezza del futuro (in quanto il potere politico garantisce la continuità e la sistematizzazione dello sfruttamento), godendo del frutto del lavoro altrui. Naturalmente l’incentivo a far parte, direttamente o indirettamente, del gruppo che può utilizzare quei mezzi, sarà direttamente proporzionale alle dimensioni di quel potere.

Estratto: Capitolo 5. La complessa evoluzione del parassitismo politico

Sin dai primordi delle convivenze umane, insomma, il parassitismo è stato un elemento chiave, al punto che l’intera storia può essere letta a partire dai modi di organizzazione, di strutturazione, di istituzionalizzazione e del peso (storicamente molto variabile) del parassitismo politico. William McNeill ha persino ipotizzato un nesso fra epoche di “riscossa parassitaria” umana (“macroparassitismo politico”, uomini che vivono depredando altri uomini) ai danni dei produttori di risorse ed epoche di esplosione del parassitismo animale (“micro parassitismo”) a spese dell’organismo biologico umano. Il macroparassitismo è stato reso possibile da società capaci di produrre abbastanza per rendere l’espropriazione violenta di risorse un modo di vivere attuabile con continuità per i popoli guerrieri. Tuttavia, quando l’equilibrio si rompeva e i gruppi umani di produttori si rovinavano, dilagava il microparassitismo di virus e batteri. Le aggressioni di macro e microparassiti sono state così anche e perfino alla base dell’equilibrio demografico delle civiltà. Nel crollo dell’Impero romano questa alternanza è evidente, così come lo è in quello dell’Impero cinese Han nel III secolo a.C., nelle grandi pestilenze del XIV secolo e in quelle successive, che attaccarono popolazioni già stremate dal macroparassitismo politico. Per non parlare delle carestie più distruttive e della relazione fra guerra e raccolti devastati.

Il collasso di grandi civiltà e di imperi, da quello romano a quello sovietico, sono leggibili inoltre in base a un’altra “legge ferrea” del parassitismo politico: quando il livello del parassitismo e delle rendite politiche supera quello della produzione di risorse (e i parassiti sopravanzano numericamente i produttori), il sistema politico si avvita su sé stesso e collassando si inabissa.

Le classi politico-burocratiche, infatti, rischiano di distruggere la fonte del loro sostentamento quando raggiungono il punto di non ritorno: la devastazione dell’attività produttiva e il disincentivo a intraprenderla, il consumo irreversibile del capitale, l’espropriazione dei produttori a vantaggio dei parassiti.

Estratto: Capitolo 6. Il parassitismo politico dilagante

Lo Stato moderno agevola il parassitismo politico, come ha sostenuto Max Nordau, sia perché è sempre più difficile resistere a chi detiene il monopolio della violenza (quanto più il monopolio si perfeziona), sia perché nessun mezzo di vendetta rispetto ai grassatori è più efficace, con lo sviluppo di questa forma di aggregazione politica.

Protagonista del parassitismo politico contemporaneo è, innanzi tutto, la mostruosa espansione burocratica – dovuta alla centralizzazione politica e all’estensione dell’intervento statale a tutti i campi dell’attività umana, esplosa con la Prima guerra mondiale. Ad essa si aggiungono il cosiddetto “Stato sociale”, il parlamentarismo, i partiti politici, che favoriscono un’enorme dilatazione della classe politica e dell’area pubblica, consentendo ai tax-consumers di prendere il sopravvento. Nell’illusione di partecipare prima o poi al bottino del bellum omnium contra omnes – che la forma del Welfare State, della legislazione e della rappresentanza stimolano, anche se in sordina – con la conquista delle immense risorse rastrellate dallo Stato, i cittadini hanno dato alle classi politico-burocratiche un cieco “mandato a tassare”, una cambiale in bianco, mettendo a disposizione di tesorerie avide di risorse più della metà dei loro guadagni.