Gli autentici pretoriani della giustizia sociale: Hitler e Mussolini

Fuhrer und Duce in Munchen. Hitler and Mussolini in Munich, Germany, ca. June 1940. Eva Braun Collection. (Foreign Records Seized) Exact Date Shot Unknown NARA FILE #: 242-EB-7-38 WAR & CONFLICT BOOK #: 746

di Lawrence K. Samuels, traduzione di Cristian Merlo

Sia Hitler che Mussolini possono essere probabilmente annoverati fra i guerrieri ideologici autentici e più impegnati a favore della causa della giustizia sociale. In realtà, i nazionalsocialisti tedeschi e i fascisti italiani rappresentavano qualcosa più di una forza brutale che mandava le truppe d’assalto e i delinquenti in camicia nera a zittire gli oppositori, impedire la libertà di parola, rompere vetrine, lanciare gas lacrimogeni contro gli avversari e spaccare teste. Essi erano anche la plastica rappresentazione di un’ideologia nazionalista, collettivista e di ispirazione marxista che anelava a una società caratterizzata da uno stato assistenziale “socialmente giusto”, in virtù di una redistribuzione generalizzata della ricchezza.

I nazisti hanno minacciato e angariato pressoché tutti, che fossero degli espliciti antagonisti o dei partiti politici di opposizione, compresi i movimenti nazionalisti e conservatori. Durante le elezioni che si tennero nell’autunno del 1932 in Germania, i nazisti erano quasi in guerra con il Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP), movimento di estrazione nazional-conservatrice, laddove secondo lo storico tedesco Hermann Beck,

i nazisti boicottarono le riunioni elettorali nazionali tedesche con il lancio di bombette puzzolenti e di gas lacrimogeni

e importunarono un deputato del DNVP appellandolo con il termine dispregiativo di “ebreo”. La stampa nazionale tedesca reagì indignata accusando i nazisti di essere intrisi di socialismo e violenza, e lanciando severi moniti di sventura economica qualora il nazismo avesse conquistato il potere. Il DNVP e i conservatori tedeschi bollarono il nazismo come “bolscevismo in un involucro nazionalista”.

Per lo storico tedesco Götz Aly, ciò che rendeva il nazionalsocialismo tedesco diverso dalle precedenti versioni del socialismo era la sua

spinta a saldare l’uguaglianza sociale con l’omogeneità nazionale, un concetto che era divenuto popolare non solo in Germania.

Sin dai primordi, Hitler non fece mistero che la giustizia sociale costituisse una componente fondamentale per uno Stato sano. Nel suo discorso del 1920, “Perché siamo antisemiti”, Hitler proclamò a migliaia di seguaci nazisti a Monaco:

Non crediamo che possa mai esistere uno Stato con una salute interiore duratura a meno che non sia eretto sui principi di una giustizia sociale interna.

Durante tutto il suo regime, Hitler ha promosso i suoi obiettivi di uguaglianza nazional-patriottica (Völkisch) per la società. In un discorso agli operai industriali nel 1940, egli promise

la creazione di uno Stato socialmente giusto, di una società modello che avrebbe continuato a sradicare tutte le barriere sociali.

Questa promozione della giustizia sociale era combinata con il loro contestuale disprezzo per il capitalismo giudaico. Un manifesto di propaganda nazista del 1933 recitava:

Poiché il Terzo Reich di Adolf Hitler mira alla giustizia sociale, il grande capitalismo ebraico è il peggior nemico di questo Reich e del suo Führer.

Per i nazionalsocialisti, ogni tedesco di sangue ariano aveva diritto all’uguaglianza dinanzi alla legge e all’uguaglianza di opportunità, non tanto nella sua qualità di individuo, ma come membro della collettività di una “comunità popolare” (Volksgemeinschaft).

In buona sostanza, la Germania nazista si proponeva come un regime redistributivo che cercava di depredare i ricchi per sussidiare i poveri, nell’ottica di forgiare un’utopia sociale universale, una sorta di mecca della giustizia sociale che è stata soprannominata come “stato sociale razzista-totalitario”.

In effetti, le politiche naziste

erano straordinariamente benevole nei confronti dei ceti più umili di origini tedesca, andando a colpire i cittadini più abbienti e redistribuendo gli oneri, conseguenza del tempo di guerra, a beneficio dei poveri.

Götz Aly ha descritto come il regime di Hitler finanziasse la sua sontuosa rete di sicurezza sociale per i tedeschi di comprovata razza ariana, puntualizzando che per

conseguire una effettiva ripartizione dei beni personali improntata al socialismo, Hitler attuò una varietà di politiche economiche interventiste, tra le quali vanno annoverati il controllo dei prezzi e degli affitti, l’esazione di esorbitanti imposte sulle società, le ‘frequenti crociate contro i proprietari terrieri’, i sussidi agli agricoltori tedeschi a protezione ‘delle condizioni metereologiche aleatorie e delle instabilità dei mercati mondiali’, la previsione di una pesante tassazione sulle rendite finanziarie, che lo stesso Hitler aveva qualificato come ‘reddito senza sforzo’.

Per conseguire un effettivo grado di socialismo e la giustizia sociale, i nazisti hanno dovuto spendersi in estesi programmi di assistenza sociale.

Secondo Michael Burleigh, autore di “The Third Reich: A New History”, <<il concetto di carità>> costituiva <<parte integrante del nazionalsocialismo>>. Egli ha altresì evidenziato come le loro politiche di assistenza sociale fossero un

riflesso senza complicazioni dell’altruismo umano [che] si è trasformato in un mezzo privilegiato per mobilitare il sentimento comunitario … sottovalutato ma quintessenziale, una autentica cifra caratterizzante della Germania nazista.

Joseph Goebbels plaudiva alla munifica generosità dello stato sociale di Hitler, vantando in un editoriale del 1944 dal titolo “Il nostro socialismo” che

Noi e noi soli [i nazisti] disponiamo delle migliori misure di benessere sociale. Tutto è realizzato per la nazione … gli ebrei sono l’incarnazione del capitalismo.

Fu lo stesso Goebbels a definire le due forze contrapposte che si scontrarono durante la Seconda Guerra mondiale. Nel suo discorso “La colpa dell’Inghilterra” della fine del 1939, Goebbels dichiarò che

l’Inghilterra è una democrazia capitalista. La Germania, di contro, è uno stato popolare socialista.

Proclamando che <<i capitalisti inglesi intendo distruggere l’Hitlerismo>>, Goebbels argomentò che i capitalisti in Inghilterra sono

gli uomini più ricchi della terra. Le grandi masse, tuttavia, vedono ben poco di tutta questa ricchezza.

Per i nazionalsocialisti, la disuguaglianza di ricchezza rappresentava una spaventosa ingiustizia che doveva essere emendata. Sia i nazionalsocialisti tedeschi che i fascisti italiani si sono prodigati freneticamente per rafforzare e ampliare le loro reti di sicurezza sociale. In aggiunta all’assicurazione per la vecchiaia (previdenza sociale) e all’assistenza sanitaria socializzata a carattere universale, l’amministrazione nazista ha fornito una pletora di ulteriori servizi di welfare: sussidi per l’affitto, centri vacanza per le madri, contributi economici per sostenere le spese alimentari a favore delle famiglie più numerose, oltre 8.000 asili nido, indennità di disoccupazione e di invalidità, case di riposo, prestiti senza interessi a beneficio delle coppie sposate, solo per citare alcune fra le misure più rilevanti. Ma c’è di più. Nell’ambito delle politiche redistributive adottate dal Terzo Reich, la principale organizzazione di assistenza sociale, quella del “Benessere popolare nazionalsocialista” (Nationalsozialistische Volkswohlfahrt – NSV), non si occupava solo di dispensare provvidenze sociali, bensì <<intendeva realizzare un certo modello di società facendo ricorso all’ingegneria sociale>>. In altre parole, il sistema di welfare nazista introdusse un serraglio di interventi assistenzialistici: aiuti alle famiglie povere e alle donne in gravidanza, programmi alimentari, assistenza ai bambini, proposti ad nauseam, ma ripose anche un’energia particolare nella <<pulizia delle loro città dagli ‘asociali’>>,  con l’avvio di un piano finalizzato alla rimozione di qualsiasi beneficio per i non idonei, basato su un welfarismo vocato alla realizzazione di una sorta di collettivismo sociale darwinista. Altri soggetti asociali così come i lavoratori ritenuti poco zelanti venivano alloggiati in “campi di educazione al lavoro” gestiti direttamente dalla Gestapo, una nuova categoria “istituzionale” che nel 1940 comprendeva duecento campi e ospitava circa 40.000 detenuti.

Istituita nel maggio del 1933, la Nationalsozialistische Volkswohlfahrt riteneva di aver creato la “più grande istituzione sociale del mondo”. E per mantenerla tale, Hitler in persona ordinò al suo nuovo presidente, Erich Hilgenfeldt, di <<provvedere allo scioglimento di tutte le istituzioni di welfare private>>; il che diede impulso allo sforzo nazista di nazionalizzare l’assistenzialismo e di controllare la società determinando chi avesse i requisiti per essere beneficiario delle provvidenze sociali. E ancora, il divieto delle organizzazioni di welfare gestite privatamente implicava molto di più. Tali politiche di ingegneria sociale costituivano la plastica rappresentazione che i nazisti si erano arroccati dietro alle convinzioni della sinistra statalista, in base alle quali l’unico fornitore di servizi di welfare doveva necessariamente essere lo Stato. Socializzando il welfare in Germania, i nazionalsocialisti hanno mostrato i loro veri colori di rivoluzionari rossi, seguendo le orme socialiste dell’Unione Sovietica.

Ancora oggi la maggior parte dei progressisti americani di sinistra sarebbe riluttante a negare alle organizzazioni non governative (ONG) l’opportunità di svolgere attività di beneficenza per la comunità. Quindi, dovremmo considerare i progressisti americani esponenti di destra perché i programmi assistenziali dello stato sociale nazista potevano qualificarsi come programmi di estrema sinistra?

Lo stato sociale nazista era così imponente e onnicomprensivo che una in lettera di un uomo d’affari tedesco, pubblicata nel libro di Günter Reimann del 1939, “The Vampire Economy”, si denuncia in maniera esplicita che <<questi nazisti estremisti non pensano ad altro che a ‘redistribuire la ricchezza’>>. Lo stesso uomo d’affari rivela anche che <<alcuni imprenditori hanno persino iniziato a studiare le teorie marxiste, in modo da avere una migliore comprensione dell’attuale sistema economico>> e che la comunità economica tedesca <<teme il nazionalsocialismo tanto quanto temesse il comunismo nel 1932>>.

Anche Mussolini ha mostrato una simile propensione ad abbracciare la causa della giustizia sociale. Negli anni giovanili in cui aderì al marxismo, in qualità di leader sindacale e discepolo del marxista francese Georges Sorel, Mussolini sosteneva la violenza nelle strade per provocare la formazione di uno stato proletario attraverso le agitazioni sindacali. Quando poi iniziò ad abbracciare il socialismo su base nazionale, le sue camicie nere malmenavano e obbligavano i dissidenti e gli oppositori ad ingerire forzosamente l’olio di ricino.

Tuttavia, il suo patrocinio del socialismo nazionalista non gli ha impedito di sostenere le questioni legate alla giustizia sociale, all’assistenzialismo, alla progettazione dei lavori pubblici e all’edificazione di uno stato totalitario socialista.

Una delle componenti fondamentali del fascismo italiano era costituita dall’interventismo politico in ambito economico, specialmente negli anni ’30.

Mussolini sostenne la pianificazione centrale, i pesanti sussidi statali, il protezionismo (tariffe elevate), dei crescenti livelli di nazionalizzazione (che arrivarono ad assorbire tre quarti dell’economia), il clientelismo dilagante, l’ampliamento dei deficit di bilancio, una spesa pubblica elevata, una pressione fiscale ragguardevole, i salvataggi bancari e industriali, l’invadenza della burocrazia, dei massicci programmi di assistenza sociale, un debito pubblico schiacciante e gli attacchi inflazionistici.

Come ha affermato lo scienziato politico della UC Berkeley, A. James Gregor, l’Italia ha speso considerevoli risorse per allestire programmi assistenziali che erano <<motivati ​​dalla preoccupazione di contemperare la ‘morale’ con la ‘giustizia sociale’ astratta>>.

Gregor ha anche scritto:

Le norme fasciste in materia di welfare e assistenza sociale reggevano bene il confronto con quelle delle nazioni europee più avanzate e per certi aspetti si dimostrarono ancor più progressiste.

All’inizio degli anni ’30, Mussolini parlava di uguaglianza e giustizia sociale e non faceva mistero della sua ammirazione per il movimento operaio, dichiarando in un discorso ai lavoratori di Milano:

Il fascismo stabilisce la reale uguaglianza degli individui dinanzi alla nazione … l’obiettivo del regime in campo economico è quello di garantire una maggiore giustizia sociale a tutto il popolo italiano.

Sotto la nuova Repubblica Sociale Italiana (RSI), nel 1944 l’amministrazione Mussolini promulgò una “legge sulla socializzazione” che promuoveva una maggiore nazionalizzazione dell’industria, in cui “i lavoratori dovevano partecipare alla gestione delle fabbriche e delle imprese”, unitamente alla riforma sulla collettivizzazione della terra. In una sezione [di un documento a corredo] della legge sulla socializzazione proclamava:

L’applicazione della concezione mussoliniana in ordine a tematiche come una giustizia sociale molto più pronunciata, una distribuzione più equa della ricchezza e la partecipazione dei lavoratori alla vita dello Stato.

Secondo lo storico australiano R.J.B. Bosworth, la Repubblica Sociale Italiana <<enfatizzò ossessivamente>> gli impegni a favore della socializzazione e verso una <<varietà di egualitarismo fascista e un ampliato stato assistenziale di matrice fascista>>.

In un’altra occasione, Mussolini, in una delle sue ultime interviste (20 marzo 1945), dichiarò:

Stiamo combattendo per imporre una superiore giustizia sociale. Gli altri stanno lottando per mantenere i privilegi di casta e di classe. Siamo nazioni proletarie che insorgono contro i plutocrati.

Hitler e Mussolini non solo sono stati tra i massimi fautori della violenza ricorrendo all’azione dei gas lacrimogeni, alle percosse e agli oltraggi nei confronti degli avversari, proprio come gli Antifa dei giorni nostri, ma hanno anche commesso atrocità contro l’umanità nel loro tentativo di difendere la giustizia sociale, per la cui affermazione si sono eretti al ruolo di autentici pretoriani del XX secolo. Ora, sarebbe una cosa alquanto positiva se solo i violenti attivisti dell’odierno movimento Antifa, che indossano la camicia nera, si rendessero conto di rappresentare una mera resurrezione dei fascisti di ieri, che marciavano al passo dell’oca.

Articolo di Lawrence K. Samuels su LewRockwell.com

Traduzione di Cristian Merlo

Cristian Merlo è curatore del recente volume “Parassitismo politico e lotta di classe. Per una riscossa dei produttori” (Leonardo Facco Editore, 286 pagine), che si caratterizza per essere una tra le più approfondite raccolte di studi intese a indagare il conflitto di classe tra produttori di ricchezza e parassiti.

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