A proposito di razzisti, antirazzisti, statue e della interpretazione dei fenomeni in un mondo complesso

di Riccardo Canaletti

Inutile dire quanto la recente ondata di proteste descriva a pieno la complessità del nostro tempo e la complessità dei mezzi con cui affrontare l’autorità e partecipare alla lotta. Tutto inizia, si potrebbe dire, molto più indietro nel tempo, decisamente prima della morte di George Floyd, prima di quegli 8 minuti e 46 secondi di miccia rapida. Come in ogni sistema il malfunzionamento è altrove, mai dove si manifesta (così, almeno, suggerisce Snowden). E questo mal funzionamento potrebbe essere rintracciato in vari modi, in base alla scelta del metodo da adottare. Il più semplice, e quello meno lucido, è il ragionamento collettivista. Questo percorso di analisi è quello che ha preso il sopravvento (e sempre sembra prenderlo quando si tratta di questioni etiche come l’antirazzismo, il femminismo, l’ecologismo, etc.); Black Lives Matter costituisce solo un esempio, quello oggi più incisivo, di lotta giusta per i motivi sbagliati. Se guardiamo alla contingenza, infatti, è indubitabile che le percentuali evidenzino lo sbilanciamento totale nelle proporzioni di uccisioni per mano della polizia tra la comunità afroamericana e quella, inappropriatamente e insensatamente, chiamata bianca e americana (sintesi infelice dal contenuto vuoto, che forse tende più a identificare una classe, sia nelle analisi a sinistra che a destra, quella dei privilegiati). Ed è insindacabilmente giusto operare su un piano strategicamente efficace, come può essere quello del gruppo discriminato contro il gruppo discriminatore. Ma, appunto, si tratta di semplificazione.

Ogni semplificazione, inoltre, porta con sé le contraddizioni di ogni lotta più o meno autonoma e contemporaneamente manipolata se non da un gruppo specifico che ne costituisce la testa da un sentimento comune: l’odio. E, sia chiaro, quest’odio è giustificato e legittimo. Ma da quest’odio non nasce davvero un pensiero, quanto ulteriore odio che divampa e perde di vista le motivazioni centrali. Infatti il vero cuore del problema non è e non può essere, se si prende/usa il caso di Floyd come evento detonante, quello del razzismo della polizia (che è presente ed è spesso alla base della ricerca di fondi del Dipartimento di polizia americano). Il vero problema, ancora una volta, è il monopolio della violenza da parte dello Stato e, ancora di più, la legittimità inesistente che si continua a concedere a un’unica autorità (quella del Potere centrale) in grado di piegare ogni qual volta lo reputi necessario il singolo individuo (che sia per “l’esazione coercitiva di denaro dalla popolazione (tassazione)” [Huemer, 2013 (qui ed. italiana, 2015), p. 241], o che sia per la violazione di misure proibizionistiche, etc.

Tra i problemi dunque più generali c’è anche quello del razzismo (che è tipicamente un ragionamento collettivista e tribale). Chi, tra i libertari ad esempio, giustifica la retorica populista di questi anni, semplicemente non è davvero un libertario. E chi, in nome del puritanesimo sceglie deliberatamente di liquidare un’intera e complessa ondata di lotta (come mai ce ne erano state prima negli ultimi decenni) allora non ha davvero a cuore l’aspetto concreto della politica, quello che, con le sue contraddizioni, deve pur prendere posizione per non rimanere fuori come semplice teoria inconsistente con il mondo. Come fa notare James Reilly in un articolo per The Libertarian Institute:

Qui proporrei che qualcuno possa vedere questo movimento come qualcosa di più grande del saccheggio e rimanere coerente con il libertarismo. Non è necessario abbandonare un valore per i diritti di proprietà per sostenere gli attivisti che protestano contro le trasgressioni contro la proprietà (come lo sono necessariamente tutte le azioni della polizia a nome dello Stato). E, tra l’altro, ci vuole tanto poco coraggio morale per decifrare il saccheggio quanto per decifrare il razzismo. Per non parlare dell’argomentazione perfettamente ragionevole (che nasce dalle prove, a proposito) che la risposta della polizia alle proteste ha fatto più di ogni altra cosa per causare il saccheggio.

Inoltre, esistono giustificazioni più specifiche legate all’importanza di queste proteste; pensiamo alla questione delle statue, argomento quantomai controverso. Esistono modalità diverse di rimozione di questi oggetti di culto. In ogni caso il metodo preferibile resta quello della scelta democratica; ma delle volte, è naturale, non si arriva a un dibattito del genere, soprattutto perché le ragioni sono cogenti, non rimandabili. Questo è il caso delle rivolte in corso. In un articolo molto dettagliato di Emanuele Monaco per CanadaUsa.net si specificano le ragioni simboliche attuali e le motivazioni storiche reali per cui è e rimane importante operare alla cancellazione di una certa narrazione della storia, quella propagandata attraverso la retorica plastica delle commissioni ad honorem di statue, piazze e strade. Questo discorso si applica bene quasi sempre. Ci sono ovviamente difficoltà dal punto di vista dell’interpretazione che si dà delle opere pubbliche che, da un lato, hanno un significato specifico (legato ad azioni definite e indubitabilmente da rispettare) e dall’altro non possono essere estrapolate totalmente dal contesto. Ci sono poi altri casi in cui tale dicotomia non si presenta e, anzi, sembra necessario e logico rimuovere ciò che non dovrebbe essere lì (e rimando, ancora una volta, all’articolo di Monaco). Ma le controversie sono tipiche non solo del discorso storico (pensiamo ai giudizi sui grandi eventi del passato, da Waterloo alla Rivoluzione francese, dall’espulsione da Granada degli ebrei nel 1492 all’atteggiamento, tra l’altro sotto processo popolare in questi giorni, di Churchill tra decisione in guerra e opinioni personali). Eppure, ancora una volta, potrebbe essere necessario stabilire un criterio più o meno condivisibile o quanto meno praticabile che non ci faccia perdere la bussola del discorso.

Partiamo, proprio rimanendo su questo particolare delle proteste, parlando di statue. Tre elementi sono fondamentali da comprendere:

(1) Non tutte le statue sono arte.

(2) Non tutte le statue hanno valore storico.

(3) Non tutte le statue vengono per nuocere.

Partiamo dal primo: è evidente che non tutte le statue siano arte. Senza entrare nei dettagli del setaccio estetico che opera nel mondo dell’arte (e che, beninteso, non è infallibile), difficilmente saremmo disposti a sostenere che la statua del nostro paesino di campagna, messa in centro qualche anno fa per riempire la piazza o un giardino, sia un’opera d’arte. Questo è vero anche nel caso in cui queste statue venissero distrutte (la distruzione non costituisce un gesto artistico, ma politico; le proteste non costituiscono mai una performance artistica). Non esiste nessun motivo reale per considerare tali opere oggetti da museo; perlomeno non è necessario che sia così. Quindi possiamo già togliere di mezzo l’argomentazione a favore di un trasferimento delle statue dalle piazze al chiuso di istituti culturali.

Il primo punto si collega direttamente al secondo: non tutte le statue hanno valore storico. Ancora di più: i monumenti, in generale, non hanno per forza un valore intrinseco legato alla memoria e alla comprensione del passato. I monumenti non sempre sono manuali di storia, né sono tanto meno cartine tornasole attraverso cui giudicare il passato. Questo porta a una forbice: (a) è del tutto insensato pensare che le statue siano lì per parlarci di ciò che è stato; le statue, molto più spesso, sono lì a far propaganda di regime (sono sempre, o quasi, opere statali che mirano alla formazione di una identità nazionale [Huemer, 2015, cit. 200-201]; ma questo, di conseguenza, fa sì che (b) si attenui un po’ il valore simbolico della distruzione di queste statue da parte di chi protesta.

L’ultimo punto è invece una concessione verso chi ha criticato quest’opera, spesso definita (e non sempre a torto), iconoclasta; ma si strizza, si noti, anche l’occhio alla protesta. Spesso vengono attaccate statue (e più in generale prodotti artistici e culturali, come di recente nel caso della Sirenetta a Copenaghen o di alcuni doppiaggi) che nulla hanno a che vedere col tema centrale delle proteste e difficilmente sembrano essere collegate alle cause che rientrano nel raggio d’azione più vasto e generale delle rivolte. Questo produce un effetto duplice: da un lato infatti l’operazione di distruzione viene ridimensionata nel suo significato (e a tratti appare ridicola), dall’altro depotenzia il valore simbolico ufficiale delle statue giustamente imbrattate. Infatti, se la protesta perde sostenitori e perde forza (dal lato dell’opinione pubblica, non da quello dei partecipanti), allo stesso tempo modifica la cornice interpretativa all’interno della quale originariamente erano poste le statue incriminate. Forse a scapito della serietà dei rivoltosi, ma paradossalmente si ha un effetto positivo per la causa dietro alla rivolta. Infatti, le statue faranno meno paura, daranno meno lezioni e saranno, infine, sempre meno funzionali agli scopi di chi vorrebbe pubblicizzare una certa versione dei fatti amica del potere.

Ho volutamente accennato solo all’inizio il problema dell’analisi, perché mi sembrava importante chiarire quanto sia necessario, ora più che mai, riscoprire l’individualismo. Ma ho con più calma voluto esporre i problemi legati alla pratica, tema sempre meno protagonista del dibattito politico (che scade ormai o nella pura retorica dei politici o nella sterile reazione – reazionaria – delle persone). Per questo mi sembrava importante evidenziare la complessità delle lotte attuali, i motivi per appoggiarle, senza scadere nella tifoseria, senza essere partigiani della violenza ingiustificata. Un’opzione, quella che presento, libertaria, ma non per questo – come si è visto – in contrasto con la realtà.

Articolo di Riccardo Canaletti