Cooperazione sociale, buone intenzioni e incentivi

di Dwight R. Lee, traduzione di Cristian Merlo

Sebbene ciascuna delle mie rubriche su Freeman costituirà un intervento a sé stante, consentitemi di puntualizzare sin da subito che l’economia è molto più di un sistema teorico di concetti non interconnessi tra loro. L’economia fornisce un quadro coerente e potente per cogliere l’ordine nelle azioni apparentemente non correlate di centinaia di milioni di individui, mentre sono impegnati a prodigarsi per migliorare il proprio destino esistenziale.

Migliorare le nostre condizioni di vita è sempre una lotta, a fronte del problema fondamentale che ci attanaglia: quello della scarsità. Tutti i concetti economici germinano dalla questione fondamentale della scarsità delle risorse. Non importa il livello di produttività che possiamo raggiungere: ci saranno sempre dei limiti oggettivi che si frappongono a ciò che riusciremo a realizzare. Ogni individuo si scontra con il fatto incontrovertibile che deve scegliere tra molti modi diversi di impiegare il proprio tempo e i propri talenti, e che deve intraprendere quelle scelte proprio per conseguire i suoi fini particolari. Nessun altro è in grado di conoscere tanto in relazione a quei fini quanto l’interessato stesso. Quindi, anche se a volte potrà anche accadere di non riuscire a comprendere le azioni altrui, possiamo comunque star certi che queste persone stanno facendo del loro meglio per realizzare i propri obiettivi; dal loro punto di vista, esse stanno agendo razionalmente.


Il potere della scienza economica

Ma l’economia è anche qualcosa di più rispetto alla mera constatazione di come gli individui migliorino il proprio benessere. L’importanza dell’economia deriva dal fatto che le implicazioni della scarsità e del processo decisionale razionale ci consentono di comprendere come certe istituzioni sociali rendano possibile la cooperazione produttiva tra un vasto numero di persone, ognuna delle quali si preoccupa principalmente di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Questo potere esplicativo risale ad Adam Smith, che ha formulato le connessioni tra “la mano invisibile” e “la ricchezza delle nazioni”. È stato proprio Smith il primo a spiegare sistematicamente come le istituzioni sociali del libero mercato promuovano la creazione di ricchezza incentivando le persone auto-interessate a tenere comportamenti capaci di servire al meglio gli interessi degli altri consociati.

Adam Smith

Per taluni rispetti, la professione economica ha fatto pochi progressi dai tempi di Adam Smith. Gli economisti non sono stati così efficaci nel far comprendere al pubblico gli spettacolari benefici che tutti noi realizziamo dalla cooperazione promossa dal libero mercato, o la minaccia che viene recata a tale cooperazione dall’influenza politica dei gruppi di interesse organizzati. In parte, questo fallimento può essere spiegato dalla difficoltà della missione. I vantaggi del mercato sono così spettacolarmente diffusi sotto forma di prezzi più bassi, di prodotti migliorati e di migliori opportunità, che tendono a passare inosservati o ad essere dati per scontati. Poiché i benefici si esplicano principalmente nelle conseguenze indirette e non intenzionali delle azioni di milioni di individui, le persone non riescono a collegare tali benefici alla loro reale scaturigine.

Di converso, i benefici politici tendono a concentrarsi in modo visibile e sono facilmente imputabili alle azioni intenzionali di persone individuate, mentre gli effetti negativi ingenerati risultano dispersi in tutto il sistema economico e sono difficilmente riconducibili alla loro effettiva causa.

Ma gli economisti avrebbero potuto fare di più per promuovere una reale comprensione e un apprezzamento dei fondamentali economici. Anche nel loro insegnamento, gli economisti di professione tendono a concentrarsi sugli alberi dei dettagli tecnici, trascurando al contempo la straordinaria foresta della cooperazione e del coordinamento di mercato.

Ma sotto altri aspetti, gli economisti hanno fatto molti progressi dai tempi di Adam Smith. Laddove i tecnicismi economici possono indurre gli economisti a perdersi in minuzie analitiche, se usati in modo appropriato questi stessi concetti sono in grado di migliorare la nostra comprensione dell’economia in maniera importante. Ad esempio, il concetto di vantaggio comparato estende la concezione teorica smithiana sui vantaggi del libero scambio. Il concetto di marginalismo (che, tra le altre cose, ha prosciugato le sabbie mobili della “teoria del valore del lavoro” in cui Smith e Karl Marx sono rimasti impantanati – Marx più ancora di Smith) chiarifica un’ampia gamma di attività economiche che la maggior parte delle persone trova incomprensibili. Questi e molti altri concetti economici possono aiutare gli economisti a spiegare meglio la potenza del mercato nel promuovere un modello di cooperazione sociale impossibile da realizzarsi in costanza di qualsiasi altro assetto organizzativo. Dar risalto il più ampiamente possibile a questa straordinaria capacità è uno dei contributi più importanti che gli economisti possono fornire.

Per quanto mi concerne, in ogni mio futuro articolo ricondurrò in qualche modo la discussione all’obiettivo di spiegare la cooperazione sociale.


Il problema di perseguire la cooperazione

Nonostante la convinzione diffusa che gli economisti siano interessati a trattare esclusivamente limitate questioni materiali, essi si preoccupano principalmente di spiegare come l’ordine spontaneo di mercato sia in grado di espandere le opportunità delle persone di conseguire i propri fini, indipendentemente da quali siano, attraverso la cooperazione interpersonale. Qualunque sia il vostro obiettivo, non importa se accumulare ricchezza personale, proteggere l’ambiente o assistere i bisognosi, avrete più successo se sarete in grado di avvalervi della collaborazione altrui.

Ludwig von Mises

Ma come è possibile mobilitare questa collaborazione, considerata la varietà di obiettivi contrastanti che le persone intendono perseguire? I riformatori di solito credono che la cooperazione sociale dipenda dalla persuasività dell’appello rivolto alle persone affinché mettano da parte le loro grette ambizioni personali (come quella di accumulare ricchezza personale) e si concentrino invece sulla promozione di obiettivi sociali ad ampio respiro (come proteggere l’ambiente o aiutare i bisognosi). Ottenere una maggiore cooperazione sociale richiede persone più virtuose. Il grande economista Ludwig von Mises ha spiegato in Human Action (pagina 2):

Se le condizioni sociali non soddisfacevano i desideri dei riformatori, se le loro utopie si rivelavano irrealizzabili, la colpa era da rinvenirsi nel fallimento morale dell’uomo. I problemi sociali venivano considerati problemi etici. Ciò che serviva per costruire la società ideale, pensavano, erano solo dei buoni principi e dei cittadini virtuosi. Con degli uomini retti qualsiasi utopia potrebbe essere realizzata.

Al contrario, i buoni economisti si rendono conto che, indipendentemente dalla propria idea di “virtù”, la cooperazione attraverso la divisione del lavoro e gli scambi – gli ambiti in cui le persone si prodigavano molto prima che esistessero economisti e filosofi morali – realizzano propriamente ciò che favorisce la creazione di una società migliore.


Le buone intenzioni da sole non bastano

Senza negare la desiderabilità che le persone si comportino in modo “virtuoso”, gli economisti non reputano che tale condotta sia strettamente correlata alla attuabilità della cooperazione sociale su larga scala. I tentativi di cambiare il comportamento individuale attraverso il ricorso a dei convenzionali appelli morali sono spesso frustrati, e anche se le persone fossero persuase ad anteporre gli “interessi della comunità più ampia” ai propri, il problema di conoscere come farlo al meglio rimarrebbe impregiudicato.

Gli economisti riconoscono che le persone si comporteranno in modo coerente, assumendo condotte che si dimostreranno al contempo auto-interessate e socialmente cooperative, solo quando agli incentivi di mercato è consentito premiare quello specifico modus operandi. Ma questo significa che non ci si potrà accontentare di qualsiasi incentivo; devono essere incentivi che incarnano informazioni sul miglior corso d’azione da intraprendere.

Gli effetti degli incentivi sull’azione umana saranno oggetto di una prossima trattazione.

Articolo di Dwight R. Lee su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

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