Il potere degli incentivi

di Dwight R. Lee, traduzione di Cristian Merlo

Il modo più sicuro per indurre le persone a comportarsi in modo opportuno è ricompensarle per farlo, in altre parole fornire loro degli incentivi. È un concetto talmente ovvio che si potrebbe anche pensare che non meriti attenzione. Ma non è così.

Si potrebbe anche obiettare che le persone non dovrebbero essere ricompensate (“corrotte”) per agire in maniera opportuna. E pur ammettendo che gli incentivi siano necessari, non è comunque scontato stabilire quelli che sono in grado di promuovere una condotta desiderabile.

In una delle mie lezioni, mi sono recentemente imbattuto nella resistenza emotiva che alcuni individui sviluppano all’idea di impiegare gli incentivi per realizzare cose buone. Stavo facendo notare che le popolazioni di elefanti in Zimbabwe e Sud Africa si stavano espandendo perché le politiche adottate in loco consentono alle persone di trarre profitto dal mantenimento delle mandrie di pachidermi. Uno studente, che aveva preventivamente rimarcato la propria sensibilità ambientale, ha risposto che avrebbe di gran lunga preferito non vedere l’elefante salvato se l’unico modo per farlo fosse quello di fare appello all’avidità personale. In altre parole, sarebbe stato disposto a difendere una questione di principio sino al punto di scaricare le conseguenze negative delle proprie scelte etiche sulla probabilità di conservazione degli stessi elefanti. Il suo principio, che sospetto fosse condiviso da altri studenti in classe, si basava sulla convinzione che gli obiettivi giusti dovrebbero essere sempre motivati dalla compassione e da una sincera preoccupazione, e mai dall’interesse personale. Non ho potuto resistere nel ribattergli che sarei rimasto veramente impressionato dalla sua rigorosa presa di posizione morale solo se, in caso di bisogno di un delicato intervento chirurgico per salvare la propria vita, si rifiutasse di rivolgersi a un chirurgo e lasciasse invece eseguire l’operazione a sua madre.

Convincere le persone che gli incentivi sono appropriati non è però così difficile come determinare gli incentivi appropriati. Naturalmente, siamo alla ricerca di incentivi che motivino le persone a comportarsi in modi desiderabili, ma cosa dobbiamo intendere per “desiderabile”? In alcune situazioni, la risposta è piuttosto ovvia. Ma non è sempre così.

Ogni volta che realizzi una cosa buona, riduci per forza di cose la tua capacità di dar concretezza a qualcos’altro di buono. Questa è un’ineludibile implicazione del principio di scarsità e viene trasposta nel concetto di costo opportunità, che mi riserverò di esplicitare con maggior dettaglio in un futuro intervento. Non possiamo sottrarci ai compromessi e spesso abbiamo bisogno di acquisire informazioni da molte fonti per conoscere la migliore linea d’azione da intraprendere. Quindi le due importanti funzioni assolte dagli incentivi sono: (1) quella di comunicare informazioni sulle cose migliori da realizzare e (2) quella di motivare le persone a farlo.

Incentivi e trattamento dei prigionieri

In taluni casi, il corso d’azione più auspicabile da intraprendere è evidente e questo fatto ci consente di focalizzarci sul potere esercitato dagli incentivi per stimolare le persone. La pratica del governo britannico di contrattare direttamente con i comandanti delle navi per il trasporto di prigionieri in Australia negli anni ’60 del XIX secolo ci fornisce un buon esempio di quanto si va dicendo. Il tasso di sopravvivenza dei prigionieri spediti in Australia era solo del 40 percento, e tutti erano a conoscenza che si trattasse di una percentuale effettivamente troppo bassa. I gruppi umanitari, la chiesa e le agenzie governative si appellarono ai comandanti facendo leva su motivazioni di natura morale, affinché si prodigassero a migliorare il tasso di sopravvivenza con un trattamento più dignitoso. Nonostante tutti questi appelli, il tasso di sopravvivenza rimase fisso al 40%.

Infine, un economista di nome Edwin Chadwick propose di apportare un cambiamento nella struttura degli incentivi. Anziché corrispondere ai comandanti un compenso per ogni prigioniero imbarcato sulla nave in Inghilterra, Chadwick suggerì di riconoscerla solo allo sbarco del prigioniero in Australia. Il miglioramento che si registrò fu tanto immediato quanto spettacolare. Il tasso di sopravvivenza impennò fino a oltre il 98%, poiché i capitani si ritrovarono di fronte al forte incentivo di proteggere la salute dei prigionieri, riducendo il numero di persone stipate su ciascuna nave e fornendo loro cibo e igiene migliori durante la traversata.

Creare incentivi in via diretta e in via indiretta

A volte è possibile istituire direttamente degli incentivi desiderabili, come nel caso della custodia dei prigionieri visto in precedenza. Conosci precisamente cosa vuoi che venga fatto, quindi proponi una ricompensa (ad esempio, un pagamento in contanti) per realizzare la sua attuazione. Purtroppo, nella maggior parte dei casi il tipo di condotta che auspichiamo richiede un sottile bilanciamento tra obiettivi concorrenti. In questi casi, creare un incentivo diretto per conseguire un determinato obiettivo può essere sin troppo efficace perché induce le persone a trascurare altri aspetti importanti.

L’ex Unione Sovietica era intrisa delle perversità che possono derivare dall’applicazione diretta degli incentivi. I manager rispondevano agli incentivi per aumentare la produzione di scarpe, ad esempio realizzando solo poche misure, a malapena preoccupandosi di quali taglie si adattassero meglio alle esigenze dei consumatori. Tali incentivi hanno condizionato pesantemente il comportamento delle persone, senza riuscire a promuovere la cooperazione sociale necessaria per lo sviluppo di un’economia produttiva.

Quando l’obiettivo è quello di motivare le persone a cooperare, raramente si possono ottenere risultati desiderabili fissando direttamente gli incentivi. Piuttosto, gli incentivi devono essere stabiliti in via indiretta attraverso una serie di regole generali che permettano loro di emergere dall’interazione sociale.

Il traffico veicolare dimostra l’importanza delle regole generali per promuovere la cooperazione. Per quanto il traffico delle ore di punta possa essere estenuante, i flussi di traffico incapsulano un’incredibile quantità di cooperazione sociale spontanea. In assenza di quella collaborazione, decine di migliaia di pendolari in ogni grande città rimarrebbero intrappolati in un inutile e inestricabile ingorgo. Le regole di base che consentono agli automobilisti di cooperare in modo così efficace tra loro sono semplici: (1) guidare sul lato destro della sede stradale; (2) circolare col semaforo verde, accelerare o prepararsi ad arrestarsi con il giallo e fermarsi con il rosso; (3) non superare il limite di velocità indicato; e (4) non causare incidenti. Queste regole tramutano il nostro incentivo a raggiungere le nostre destinazioni in modo sicuro e conveniente in un modello di comportamento adattabile, che serve al meglio gli interessi di tutti.

L’economia di mercato è l’esempio paradigmatico di come un insieme di regole possa creare un contesto in cui gli incentivi privati sollecitano la cooperazione sociale. Le economie di mercato non generano incentivi in maniera diretta. Di fatto, in senso letterale, i mercati non creano affatto incentivi. Gli incentivi più importanti promanano dalle finalità che i singoli agenti intendono perseguire: l’incentivo a trovare l’amore, a guadagnarsi il rispetto, a rendere il mondo un posto migliore, a provvedere alle proprie famiglie. I mercati incapsulano le regole di condotta capaci di armonizzare questi vari incentivi consentendo alle persone di comunicare i propri desideri agli altri. I prezzi, così come i profitti e le perdite, che sono comunemente intesi come incentivi di mercato, sono in realtà il prodotto della interazione tra individui. Questi incentivi, che possono essere veicolati solo attraverso i mercati, contengono informazioni in grado di promuovere la cooperazione sociale.


Articolo di Dwight R. Lee su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

 

Note
  1. Per maggiori dettagli su questa esemplificazione, si rimanda a Robert B. Ekelund, Jr., and Richard Ault, Intermediate Microeconomics: Theory and Applications (Lexington, Mass.: D.C. Heath and Company, 1995), pp. 21–22.
  2. L’esempio del flusso veicolare è tratto da Paul Heyne, The Economic Way of Thinking, 8th ed. (Upper Saddle River, N.J.: Prentice-Hall, Inc.), capitolo 1.

 

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