Schiavi fiscali

di Adalberto Ravazzani

Nello scrivere questa recensione ho in mente due immagini.

La prima ha la sua genesi nel monte Sinai: in quel luogo sacro Dio diede al profeta Mosè il Decalogo, i Dieci comandamenti. Simbolicamente Il “Dio degli eserciti” scolpì su pietra per l’uomo la Legge Naturale (Ius Naturae). Il Settimo recita sinteticamente così: “Non rubare”! È un imperativo categorico ed è il fondamento di ogni Civiltà degna di tale attributo ontologico. Il furto, elemento che nasce dall’invidia sociale, dall’odio e dalla rabbia, è proibito dal giusnaturalismo. L’obbedienza a Dio, si sa, è ribellione contro i tiranni.

La seconda immagine nitida, angosciante, assurda e insensata al tempo stesso, è la fotografia del momento in cui Leviatano (immagine simbolica dello Stato) spietatamente mette le sue mani nelle tasche e nel portafoglio dei produttori di ricchezza, portando via il frutto del loro lavoro in nome del fantomatico “bene comune”. Ammetto che questo gesto mi crea orticaria e repulsione.

Per questo motivo ho scelto di recensire e invitare alla lettura di un libro straordinario e impeccabile: ”Schiavi fiscali”, scritto e curato dal mio maestro Leonardo Facco, voce inconfondibile del pensiero libero e libertario. In un paese statalista, comunista e tassatore spietato, questa antologia libertaria è una boccata d’aria fresca. Non manca mai l’occasione nei giornali, nei libri, nelle televisioni a reti unificate, nella cultura accademica odierna (autentico frutto aspro del socialismo), di trovare il capro espiatorio nella figura dell’evasore fiscale. Insomma, per la mandria odierna, l’evasore fiscale è il male assoluto, un individuo da combattere in tutti i modi possibili. L’atteggiamento della mentalità da polizia fiscale (prima ancora che sanitaria italiana) deve essere rigoroso: ogni imprenditore, ogni artigiano, ogni negoziante deve essere trattato come un potenziale o indiretto evasore. Fortuna che c’è Leonardo Facco che, grazie al suo libro, ha sbugiardato i “distruttori della ricchezza”.

In primis, Facco ha chiarito le coordinate di quella che è effettivamente la tassazione: riprendendo il pensiero di Bastiat contenuto ne “La Legge“, la tassazione è concepita alla stregua di un vero autentico furto. Essa è spoliazione legale, furto legalizzato o, per citare l’economista francese, saccheggio legale.

Secondariamente, come autentica rapina la tassazione è – citando Rothbard- una rapina su scala colossale. “L’evasione fiscale, dice Leonardo Facco, è una forma di legittima difesa”. Difendere i frutti delle proprie fatiche e del proprio lavoro non è solo lecito, ma è un dovere di riconoscenza verso se stessi. La Civiltà, e lo spiegava anche von Mises, nasce proprio dalla difesa dei propri beni dall’attacco dei “redistributori” (i funzionari).

Accanto alla valorizzazione dell’evasore, Leonardo ha smontato tutte le balle ideologiche socialiste che stanno alla base della politica fiscale, come la retorica della redistribuzione delle risorse e dei servizi pubblici gratuiti, fino a giungere alla messa in discussione del sistema Stato. In un paese di “schiavi fiscali” (tra imposte dirette e indirette e accise sui prodotti di consumo), in una penisola in cui vi è un’ignoranza estrema dei fondamentali di economia, in cui dei pecoroni credono nelle favole dell’equo intervento della mano pubblica capace di estirpare i mali della mano invisibile del mercato, storture economiche per altri imputabili al Leviatano, questo libro è una Bibbia per la salvezza. D’altronde il principio che anima il libro coincide con l’impianto epistemologico della curva di Laffer: l’aumento delle imposte rende impossibile ogni sviluppo economico. Non è un caso che la tassazione nelle sue miriadi manifestazioni è ritenuta dai pianificatori centrali come un obbligo giuridico e come un’imposizione irrevocabile. L’intelligenza di Leonardo è stata quella di mettere a tacere una volta per tutte la nostra patologica mentalità statalista, servendosi della sua intelligenza (sapere aude) e quella dei grandi studiosi del pantheon libertario.

Recensione di Adalberto Ravazzani

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