Hayek aveva ragione: i nazisti erano socialisti

 

 di Richard M. Ebeling, traduzione di Cristian Merlo

Le parole sono un mezzo potente che ci consente di condividere un universo comune di conoscenze e di esperienze con i nostri contemporanei e, nella forma scritta, con le generazioni passate. Ma troppo spesso le parole possono facilmente ingenerare confusione, incomprensioni e conflitti tra le persone in qualsiasi società. Una delle parole che continua a causare questo tipo di confusione e di conflitto è “socialismo”. Cosa significa, quali forme ha assunto e perché genera così tanto “ardore” intellettuale in luogo della “luce”?

Quanto si va dicendo è emerso, ancora una volta, in un recente articolo di Ronald J. Granieri, che è direttore della ricerca del Lauder Institute presso l’Università della Pennsylvania, circa i motivi per cui “La destra deve smetterla di affermare falsamente che i nazisti erano socialisti” (Washington Post, December 5, 2020). 


Negare che il nazionalsocialismo fosse “socialista”

Granieri ribolle di frustrazione per il fatto che coloro che egli colloca alla “destra” politica tentino di classificare il regime nazista tedesco degli anni ‘30 e ’40 del XX secolo come “socialista”. Certo, la denominazione formale del Partito nazista era “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori”. Ma a suo avviso, mentre i nazisti imponevano un livello pervasivo di interventismo pubblico e di controllo del governo sul settore privato, “il loro ‘socialismo’ fu nel migliore dei casi un elemento marginale della propria proposta”.

Alcuni eminenti nazisti possono aver giocato con i “risentimenti della classe operaia” nella speranza di sedurre le persone attratte dai comunisti e dai socialisti democratici facendo appello ai sentimenti antiebraici, ma non si ravvisò mai una sfida diretta e coerente alla proprietà privata. In luogo di “controllare i mezzi di produzione o di redistribuire la ricchezza per costruire una società utopica, i nazisti si concentrarono sulla salvaguardia di un ordine gerarchico sociale e razziale. Promisero solidarietà ai membri della Volksgemeinschaft (“comunità razziale”), ma negavano i diritti a coloro che stavano al di fuori dal cerchio magico”, sostiene Granieri.

I nazisti per lo più assecondavano i piccoli imprenditori e gli artigiani, e altri esponenti della classe media che temevano e non simpatizzavano per il comunismo e il socialismo. Essi non erano ancorati ad alcun proposito di sostegno e di fiducia nella democrazia; al contrario.

Per cosa si caratterizzava il nazismo, allora? Afferma Granieri: “Il nazionalsocialismo preservò la proprietà privata, mettendo peraltro tutte le risorse della società al servizio di una visione nazionale espansionista e razzista, che includeva la conquista e l’asservimento sanguinario di altri popoli”.

Il regime nazista, quindi, non può essere considerato “socialista”, perché il nazionalsocialismo non era interessato a controllare i mezzi di produzione o a redistribuire la ricchezza per edificare un’utopia egualitaria.

Granieri ammette che l’Unione Sovietica aveva stretto un’alleanza di convenienza con la Germania nazista tra il 1939 e il 1941 per spartirsi tra loro l’Europa orientale. Ma con l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler nel giugno 1941, il conflitto che si è combattuto da lì in avanti si trasformò in una lotta all’ultimo sangue finalizzata al reciproco annientamento dell’avversario. Quindi quel periodo di due anni di alleanza sovietico-nazista non dimostra alcuna comunanza tra socialismo e nazionalsocialismo.


La critica ad Hayek per le sue concezioni sul socialismo e il nazismo

Granieri non lesina critiche anche nei confronti dell’economista austriaco e vincitore del Premio Nobel, Friedrich A. Hayek, per aver tentato di applicare, nel suo libro “La via della schiavitù” del 1944, l’etichetta di socialista al movimento nazista. “Hayek era costernato per l’affermazione della pianificazione economica negli stati democratici, incarnata dal New Deal di Franklin Roosevelt. L’economista austriaco avvertiva che qualsiasi intervento del governo nel mercato comportava un’erosione della libertà, degenerando, alla conclusione del processo, in una qualche forma di dittatura”, afferma Granieri.

Hayek ha esercitato un’“enorme influenza”, sostiene, sia su Ronald Reagan che su Margaret Thatcher, e “la sua affermazione per cui tutti gli interventi del governo nell’economia hanno portato al totalitarismo continua ad animare pubblicazioni del tutto popolari” che ci mettono in guardia dai “pericoli genocidi” recati dall’attuazione del welfare state.

Ronald Granieri preferirebbe abbandonare tutta questa fuorviante polemica sull’etichettatura e cercare soluzioni più efficaci per “proteggere i cittadini dai bisogni negativi del mercato”, concentrandosi, invece, su un “giusto bilanciamento di interessi all’interno di un ordine politico democratico”, incardinato sulla “misurazione dei risultati” conseguibili dall’introduzione e dall’attuazione di diversificate tipologie di politiche interventiste e redistributive.

Granieri pretende anche che la destra la smetta, una buona volta, di insistere continuamente sui progressisti americani dell’inizio del XX secolo che promuovevano e sostenevano l’eugenetica come un mezzo di ingegneria sociale per progettare tipologie di uomini superiori. (Ma, aspetta! Non stavano semplicemente “seguendo i dettami scientifici” come ampiamente intesi e accettati all’epoca?)


Tanti socialismi nella casa del collettivismo

Tanto per cominciare, nel grande palazzo del collettivismo vi è sempre stato spazio per molte dimore socialiste. Tra i socialisti francesi dell’inizio del XIX secolo si registrava una diversità di vedute in ordine al volto che avrebbe assunto la società socialista a venire; per esempio, se si sarebbe configurata come un paradiso industriale o agrario. Non vi era nemmeno accordo sul fatto se le persone potessero ragionare sul percorso da intraprendere per promuovere la palingenesi sociale, come tendevano a fare coloro che Marx bollava come “socialisti utopisti”, o se, al contrario, il cambiamento radicale sarebbe arrivato solo a suo tempo in forza dell’ineludibile evoluzione storica e della rivoluzione, come vaticinava Marx.

Il cancelliere Otto von Bismarck

Il primo partito socialista a virare seriamente verso la contesa dell’influenza politica, nella seconda metà del XIX secolo, fu quello dei socialisti democratici tedeschi, che rifuggivano qualsiasi appello alla rivoluzione violenta e riuscirono a calamitare un crescente numero di consensi nell’elezione dei loro candidati al Parlamento imperiale tedesco, perseguendo l’ascesa al potere attraverso le urne. Ciò indubbiamente mise in allarme le forze politiche tedesche, le quali reagirono di conseguenza. Pertanto, oltre a tentare in un primo momento di sopprimere lo stesso partito, Otto von Bismarck, in qualità di Cancelliere dell’Impero negli anni 1870 e 1880, introdusse tutti i principali elementi costitutivi del moderno stato sociale e varò misure e regolamentazioni interventiste che ebbero impatto su gran parte dell’industria e del commercio tedeschi.

La concezione di Bismarck fu presto etichettata come “socialismo di stato” o talvolta come “socialismo monarchico”. Come riferì il Cancelliere di ferro a un suo ammiratore britannico, William H. Dawson,

La mia idea era quella di corrompere la classe operaia, o meglio, di conquistarla, di considerare lo Stato come un’istituzione sociale esistente per il suo bene e interessato al suo benessere.

E come ha spiegato Dawson, ciò che la Germania imperiale sembrò aver trovato nel socialismo di stato era una via di mezzo tra un individualismo che avrebbe consentito allo stato di non fare assolutamente nulla e un socialismo radicale ed estremo, che avrebbe preteso che lo stato facesse tutto.

Più a est, in Europa, nella Russia imperiale, i socialisti più dottrinari e ispirati al pensiero di Marx rifiutarono le finezze delle elezioni e delle riforme legislative del welfare state. Solo una rivoluzione violenta avrebbe potuto spezzare la presa capitalista sulle masse sfruttate, attraverso l’instaurazione, come Lenin arrivò a insistere, di una dittatura del proletariato una volta conquistato potere. Ciò provocò una insanabile scissione tra i socialisti democratici e quelli rivoluzionari per buona parte del XX secolo. Ma va tenuto presente che mentre questi due gruppi di socialisti litigavano aspramente fra loro sui mezzi ritenuti più adatti per conseguire la posizione di comando, nella seconda metà del XX secolo essi sembravano pressoché unanimemente concordi sul fine desiderato: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’attuazione della pianificazione centralizzata.


L’opportunità paternalistica, dalla culla alla tomba

Da queste forme di “socialismo” al desiderio di Granieri di un “bilanciamento degli interessi” democratico basato sull’opportunità di ciò che “funziona”, il socialismo di stato di Bismarck sembra costituire quanto di più prossimo alla soluzione che si sta ricercando. Come ebbe a dire William Dawson nel suo Bismarck and State Socialism (1891),

nessun settore dell’attività economica dovrebbe per principio essere precluso allo stato. . . I socialisti di stato sostengono che la scelta deve essere determinata dall’opportunità e dalle circostanze di tempo e luogo (pp. 4-6).

Era un socialismo di stato che può essere così sintetizzato, come di fatto fece un estimatore americano del sistema tedesco, Frederic Howe, nel suo libro Socialized Germany (1915):

Lo Stato è ben consapevole della condizione del lavoratore, dalla culla alla tomba. La sua istruzione, la sua salute e la sua efficienza lavorativa sono questioni di costante preoccupazione.

E se tutto questo suscita un eccesso di paternalismo, Howe puntualizza:

Questo paternalismo non postula necessariamente minor libertà per l’individuo di quella che prevale in America o in Inghilterra. È piuttosto un diverso tipo di libertà, di garanzie associate al benessere sociale (pp. 83; 162).

Howe in seguito prestò servizio nella “Amministrazione per l’adeguamento delle campagne” varata con il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, con cui si tentò di pianificare la produzione dell’agricoltura americana (a questo proposito, si veda il mio precedente articolo,“America’s Progressives are Bismarck’s Grandchildren”).


L’egualitarismo della razza padrona del nazionalsocialismo

Ma qualcuna di queste tipologie di socialismo aveva qualcosa a che spartire con la natura e il contenuto di ciò che in seguito divenne l’ideologia nazionalsocialista con le sue concrete politiche? Granieri insiste sul fatto che il nazionalsocialismo non poteva essere “socialista” perché non perseguiva un ideale “utopico” finalizzato a una maggiore uguaglianza, da intendersi in senso universalistico. Ma questo presume che l’unico sogno utopico legittimo, e quindi idoneo a fungere da punto di riferimento per catalogare qualcosa come realmente “socialista”, sia quello che Granieri considera buono e giusto.

In effetti, i nazisti avevano una visione utopica del futuro; e questa originava dalla loro nozione di purezza della razza ariana, sulla base della quale rifiutarono la risalente idea prussiana di gerarchia aristocratica e di classe. Tutti i tedeschi “veri” erano uguali e dovevano avere pari opportunità di istruzione, occupazione e avanzamento professionale, tutti elementi che costituivano i mezzi eletti con cui essi i singoli cittadini avrebbero potuto fornire il proprio contributo al bene supremo della nazione tedesca nel suo insieme.

Il fatto che l’egualitarismo nazista fosse limitato esclusivamente a quei tedeschi “effettivi” che possedevano le prerogative razziali che si sposassero il loro pensiero ideologico, con gli ebrei che erano invece bollati come i nemici più bassi e insidiosi, non sposta la constatazione che anche i nazisti erano degli “utopisti” attratti da obiettivi di uguaglianza sociale, sebbene limitati nell’ambito di un “gruppo” ben definito. Questa non era altro che una variazione sul tema marxista della divisione del mondo in classi sociali inconciliabili, con i “capitalisti” che sono gli inesorabili “nemici di classe” dei “lavoratori”. E come nella miglior prassi sovietica, loro e i loro figli furono spogliati ​​di tutti i diritti e di tutte le opportunità, e trasformati in reietti permanenti da rieducare per servire “l’edificazione del socialismo”, o altrimenti liquidati.

Potrebbe anche essere una nozione di utopia rigettabile sia da Granieri che dal sottoscritto, ma molti esponenti della élite nazista e la più ampia popolazione tedesca dell’epoca ne erano attratti; e per quella utopia si credeva e ci si mobilitava, per quanto riprovevole possa sembrare ad altri, e a maggior ragione oggigiorno, quando sappiamo tutti a quali esiti ha condotto la sua piena applicazione. Questo aspetto è ciò che lo ha reso un socialismo “nazionale” piuttosto che un socialismo internazionale.

Il suo appello e il suo fascino erano rivolti a un segmento di popolazione definito da asserite caratteristiche razziali, piuttosto che un invito diretto a tutti i lavoratori del mondo a unirsi indipendentemente da chi fossero o dove si trovassero. Con il senno di poi, ciò significava che il nazionalsocialismo non avrebbe mai potuto avere un seguito abbastanza grande da conquistare e controllare il mondo, dal momento che il suo bacino di affiliati era decisamente troppo limitato rispetto al numero di abitanti del pianeta. La maggior parte della popolazione mondiale si trovò in conflitto con il nazismo proprio a causa della sua logica esclusiva fondata sulla razza.


Socialismo, nazionalismo e razza

Ma il nazionalsocialismo fu solo un movimento anticapitalista, o possiamo anche ricondurlo al “socialismo” per qualche ragionevole considerazione? Sarebbe possibile attingere a un numero smisurato di fonti naziste per determinare e stabilire se il nazionalsocialismo fosse in qualche modo una espressione di socialismo “reale”. Nel 1936, l’educatore nazista Friedrich Alfred Beck esternò questi concetti in Education in the Third Reich, un testo adottato come guida per gli insegnanti tedeschi in tutto il paese:

Il nazionalsocialismo ha recuperato la nozione di popolo dalla sua moderna superficialità… Con l’accezione di popolo intendiamo un intero corpo vivente che esprime dei caratteri di uniformità razziale e che è avvinto da una storia comune, da un destino comune, da una missione comune e da obiettivi condivisi … L’educazione, dal punto di vista della razza e del popolo, non è altro che la creazione di una forma di vita in cui l’unità razziale sarà preservata attraverso la totalità delle persone

Il socialismo è la conduzione della vita personale attraverso la dipendenza dalla comunità, la consapevolezza della comunità; il nazionalismo è l’elevazione della vita individuale a un’espressione unica (microcosmica) della comunità nell’unità armonica della personalità. (Tradotto in: National Socialism [Dipartimento di Stato USA, 1943], p. 28).

L’individuo vive attraverso la comunità, e la razza e la nazione definiscono a quale comunità un individuo deve la sua fedeltà. In luogo delle classi sociali, il nazionalsocialismo cataloga gli individui per categorie razziali. È propriamente questo inquadramento che ti rende ciò che sei e conferisce un significato alla tua esistenza, nella visione del mondo nazista.


Lo spirito anticapitalista e il “socialismo” del nazismo

Ma cosa possiamo dire dell’economia nazionalsocialista? Diamo un’occhiata al libro German Economy di Gustav Stolper, 1870-1940 (1940). Stolper fu a lungo direttore di una rivista economica tedesca improntata su un punto di vista liberale classico. Fu costretto ad abbandonare la Germania con l’ascesa al potere di Hitler, in ragione del suo orientamento politico e del suo retaggio familiare ebraico, e trovò riparo negli Stati Uniti.

Stolper ha spiegato alcuni degli aspetti socialisti dell’ideologia e della politica nazista:

Il partito nazionalsocialista si accreditò sin dall’origine come un partito anticapitalista. In quanto tale era in lotta e in competizione con il marxismo. . . Il nazionalsocialismo blandiva le masse [da tre distinte angolazioni]. Il primo elemento era il principio morale, il secondo il sistema finanziario, il terzo la questione della proprietà. Il principio morale consisteva nel “bene comune da anteporre all’interesse personale”. La promessa finanziaria era quella di “spezzare i vincoli imposti dalla schiavitù degli interessi”. Il programma industriale si focalizzava sulla “nazionalizzazione di tutte le grandi industrie [trust]”.

Accettando il principio del “bene comune da anteporre all’interesse personale”, il nazionalsocialismo rimarca semplicemente il suo antagonismo allo spirito di una società competitiva, come presumibilmente rappresentato dal capitalismo democratico… Ma per i nazisti questo principio postula anche la completa subordinazione dell’individuo alle esigenze dello stato. Da questo punto di vista, il nazionalsocialismo è indiscutibilmente un sistema socialista…

La nazionalizzazione della grande industria non fu mai realizzata dopo l’ascesa al potere dei nazisti. Ma questo non fu affatto un “tradimento” del loro programma, come è stato affermato da alcuni dei loro oppositori. La socializzazione dell’intera macchina produttiva tedesca, sia agricola che industriale, fu conseguita con metodi diversi dall’espropriazione, in misura molto più vasta e su una scala incommensurabilmente più ampia di quanto gli autori del programma del partito nel 1920 avrebbero mai potuto probabilmente immaginare. In effetti, non solo i grandi trust furono gradualmente ma rapidamente sottoposti sotto il rigido controllo del governo in Germania, ma così è stato per ogni tipo di attività economica, preservando di fatto poco più del titolo nominale di proprietà privata (pp. 232-233; 239-240).


Gli uomini d’affari tedeschi ridotti a direttori d’impresa

Guenter Reimann, nel suo The Vampire Economy: Doing Business Under Fascism (1939), ha posto in evidenza che mentre la maggior parte dei mezzi di produzione non era stata nazionalizzata, nondimeno questi vennero politicizzati e collettivizzati sotto una intricata ragnatela di obiettivi di pianificazione dirigistica di stampo nazista, di regolamentazioni sui prezzi e sui salari, di standard di produzione e quote, di rigidi limiti e di restrizioni imposti all’azione e alle decisioni di coloro che sono rimasti nel circuito produttivo; nominalmente, i proprietari di imprese private presenti in tutto il paese. Ogni uomo d’affari tedesco era ben consapevole che la sua condotta era prescritta e rigidamente incasellata all’interno dei più ampi obiettivi di pianificazione del regime nazionalsocialista.

Non molto difformemente dai direttori delle fabbriche statali dell’Unione Sovietica, compreso il periodo staliniano, anche i proprietari tedeschi di imprese private disponevano di un’ampia discrezionalità nella gestione quotidiana delle imprese che, nominalmente, restavano in loro possesso. Ma le agenzie di pianificazione naziste stabilivano gli obiettivi di produzione, prescrivevano le line di indirizzo sulle forniture e sulle allocazioni, determinavano le regole salariali e quelle inerenti alle condizioni di lavoro, decretavano la disponibilità dei fondi di investimento e i tassi di interesse applicati a cui le imprese avrebbero potuto avere accesso tramite il sistema bancario, senza dimenticare lo stringente controllo e l’attività di direzione del complesso delle importazioni e delle esportazioni.


L’ideale nazista di un welfare socialista per tutti i veri tedeschi

Ma più in generale, per esaminare la tesi negazionista di Ronald Granieri relativamente al fatto che il nazionalsocialismo non fosse un sistema socialista, possiamo rifarci a uno storico più recente del regime nazista, cioè a Goetz Aly nel suo Hitler’s Beneficiaries: Plunder, Racial War, and the Nazi Welfare State (2007). Aly “si focalizza sull’aspetto socialista del nazionalsocialismo” in modo da inquadrare meglio “il regime nazionalsocialista come una sorta di welfare state fondato sul totalitarismo razzista”.

Aly mette in evidenza come l’ideologia e la prassi del regime nazista fossero in realtà profondamente intrise di socialismo. In Germania, nel cerchio dei cittadini di “puro sangue ariano”, l’ideale era quello di un ordine sociale egualitario in cui ogni tedesco sarebbe stato affrancato dalle tradizionali barriere di classe, e in cui gli sarebbe stata garantita l’opportunità di conseguire qualsiasi livello di successo nel servire la patria. Le politiche di welfare state avviate da Bismarck alla fine del XIX secolo nella Germania imperiale erano viste dai nazisti come il preludio a una completa garanzia di uno standard di vita di alta qualità per tutti i “veri” tedeschi: uno standard che, da lì in avanti, sarebbe stato fornito paternalisticamente dallo stato nazionalsocialista.

Il problema consisteva nel fatto che le promesse dello stato sociale non potevano essere soddisfatte entro i confini della Germania del 1933. Affinché il popolo tedesco potesse accedere a un simile eldorado, qualcuno avrebbe dovuto fornire la forza lavoro e le risorse necessarie per realizzare questa massiccia redistribuzione di ricchezza.

Aly sottolinea che prima e durante la Seconda Guerra mondiale, la “classe capitalista” tedesca fu costretta a pagare il suo “giusta contributo di solidarietà” a beneficio del resto del popolo tedesco. In Germania, le tasse erano proporzionalmente molto più alte per i “ricchi” che per il resto della popolazione. Durante la guerra, il governo stabilì una retribuzione obbligatoria per il lavoro straordinario in tutti i settori e impose aumenti salariali per conquistare e consolidare il consenso delle masse, il tutto a spese del comparto produttivo interno. Allo stesso tempo, l’industria tedesca era sottoposta ai piani quadriennali decretati dal governo a partire dal 1936 e fino alla fine della guerra nel 1945.


La politica di spoliazione per finanziare il welfare nazista

Ma fu solo dopo l’inizio della guerra che la macchina della depredazione redistributiva si mise davvero in moto. Ogni paese invaso dall’esercito tedesco non solo si trovò a pagare i costi dell’occupazione, ma subì anche un saccheggio sistematico a beneficio dell’intera popolazione tedesca.

Tanto in Germania che nel resto d’Europa, il grande “nemico” che i nazisti si erano prefissati di annientare erano gli ebrei. Prima della guerra il regime aveva tentato di fare pressioni sugli ebrei tedeschi affinché abbandonassero il paese. Al deflagrare del conflitto, il governo era determinato a espellere tutti gli ebrei dell’Europa occidentale e centrale in “Oriente”. Infine, la “soluzione” al “problema ebraico” fu individuata nei campi di concentramento e di sterminio.

Ma, a partire dagli anni 1941 e 1942, l’estromissione degli ebrei dalla Germania e dal resto dell’Europa occupata ricevette un impulso a fronte della realizzazione del progetto del welfare state nazista. Quando la Gran Bretagna iniziò a bombardare le città tedesche, da principio migliaia e poi decine di migliaia di tedeschi si ritrovarono senza abitazione, con tutti i loro beni distrutti. I governi municipali, con l’approvazione della leadership nazista a Berlino, iniziarono allora a confiscare le case e gli appartamenti degli ebrei, ivi compreso il loro contenuto, per fare spazio ai tedeschi di razza pura che necessitavano di nuovi spazi in cui vivere.

In ogni paese occupato i nazisti iniziarono simili politiche di requisizione con i loro complici locali, con i quali si spartivano le proprietà depredate agli ebrei. (Solo in Belgio e in Danimarca ampi segmenti della popolazione e della burocrazia non si prestarono a partecipare a questo saccheggio a danno del popolo ebraico). I nazisti prima nazionalizzarono le proprietà confiscate e poi le distribuirono a coloro che erano ritenuti degni tra le popolazioni tedesche o quelle occupate.


I tedeschi “bisognosi” assistiti dalla redistribuzione finanziata dagli altri europei

I beni sottratti agli ebrei, stipati su centinaia di vagoni ferroviari, furono ceduti o svenduti nelle città tedesche, grandi e piccole che fossero, durante il conflitto. Aly stima che in forza di queste risorse saccheggiate e delle merci rimesse in Germania dai soldati, molti tedeschi, se non la maggior parte di loro, poterono godere di un tenore di vita più confortevole, durante la quasi totalità del conflitto, rispetto alla omologa popolazione civile in Gran Bretagna.

Ciò che contribuì ad alimentare gran parte di questa incommensurabile depredazione nazista fu l’invasione dell’Unione Sovietica nel giugno 1941. In Oriente, Hitler non voleva far sfoggio di alcuna minima “carineria” con cui venivano trattati i popoli dell’Europa occidentale. Le vaste e feconde terre della Russia e dell’Ucraina erano state individuate per rappresentare il paese di Bengodi nei sogni nazisti del futuro. Secondo il piano, almeno venti milioni di contadini russi sarebbero morti nelle campagne, per fatica o per fame, a seguito di una vittoria tedesca finalizzata a liberare il territorio per un enorme ripopolamento tedesco, con cui garantirsi lo “spazio vitale” per la razza ariana. Le città di Mosca e Leningrado sarebbero state rase al suolo, e i loro abitanti lasciati morire.

La stragrande maggioranza delle famiglie tedesche continuò a banchettare, anche sotto i bombardamenti alleati, grazie alle confische, eseguite alla stregua di locuste, di qualsiasi cosa potesse essere ghermita nell’Europa occupata. Aly stima che durante i cinque anni e mezzo di guerra, i nazisti saccheggiarono proprietà, beni e ricchezze per un valore di 2.000 milardi di dollari ai popoli europei: una gigantesca somma sotto ogni punto di vista, ma davvero incommensurabile se si considerano i livelli molto più bassi della produzione e del reddito europeo durante quegli anni di conflitto.

Senza dubbio, questa sintesi del contenuto dell’analisi di Goetz Aly a riguardo del sistema di welfare nazionalsocialista, unitamente alla sua versione della pianificazione centralizzata, convincerà ancora di più Ronald Granieri che il regime nazista non dovrebbe essere qualificato come “socialista”.


Hayek aveva ragione: anche i nazisti erano assertori della pianificazione centrale

Ma a mio avviso, ciò dimostra che tutte le sue caratteristiche trovano la propria affinità ideale nei regimi socialisti. Istituzionalmente, la premessa di fondo è che l’individuo conta poco o nulla e deve ritenersi subordinato a un “bene comune” più ampio e superiore, del tutto distinto dal suo interesse personale, per la cui realizzazione egli deve tendere e prodigarsi.

In nome del “popolo”, coloro che detengono l’autorità politica, a prescindere che quella posizione sia stata conseguita attraverso le elezioni o ricorrendo alla violenza, stabiliscono sempre in nome del “popolo” la gerarchia delle finalità sociali, degli scopi e degli obiettivi collettivi da perseguire, in funzione dei quali verranno adottati delle politiche di pianificazione centrale, dei piani di intervento e delle misure di redistribuzione assistenziale.

La scelta individuale e il processo decisionale che compete ai singoli consumatori e produttori vengono significativamente limitati quando non addirittura annientati, con la pianificazione statale e il processo decisionale accentrato che soppiantano l’associazione volontaria e lo scambio che si perfeziona attraverso i processi competitivi di domanda e offerta.

I prezzi e la produzione non riflettono più in maniera aderente le valutazioni e i giudizi espressi dalla moltitudine degli acquirenti e dei venditori che interagiscono tra di loro nella società, il che non significa altro che le valutazioni e i giudizi formulati da noi tutti in funzione del ruolo rivestito negli atti di consumo o di produzione, in seno al sistema sociale di divisione del lavoro.

Invece, i piani e gli interventi del governo determinano o condizionano pesantemente i salari e i prezzi, insieme alla natura e alla quantità dei beni che devono essere prodotti. Ciò, necessariamente, impatta in maniera decisiva sulle nostre esistenze personali, sui mezzi di sostentamento e sugli standard di vita.

Detto altrimenti, l’interventismo pubblico sistemico e intrusivo, le restrizioni, le redistribuzioni e l’imposizione dei piani centralizzati attestano ciò che Friedrich A. Hayek andava sostenendo più di  75 anni fa, ne La via della schiavitùquanto più il comando e il controllo statale rimpiazzano le scelte, le decisioni e le opportunità improntate alla logica dello scambio libero e volontario, tanto   minore sarà la libertà  di cui possiamo beneficiare in tanti ambiti e per aspetti progressivi della nostra esistenza. (Si vedano i miei articoli, “Is America Still on F. A. Hayek’s Road to Serfdom?” and “F. A. ayek and Why Government Can’t Manage Society”).

Come molti altri nel corso degli oltre cento anni passati, Ronald Granieri potrebbe benissimo anche deridere questa impostazione, non considerando affatto una perdita di libertà personale, per cui valga la pena di disperare, qualcosa che viene rimpiazzato da un paternalismo politico coercitivo capace di “garantire” svariati bisogni materiali per alcune persone, che egli considera ben più importanti del grado di libertà a cui altri hanno dovuto rinunciare.

Ma gli chiederei almeno di ammettere che stiamo parlando di una libertà perduta per una “sicurezza” coatta, per la cui realizzazione alcuni sono stati defraudati; cioè, parte del loro reddito e delle loro ricchezze sono state prelevate senza il loro consenso volontario. Si tratta pur sempre di una “requisizione” forzosa, a prescindere che sia effettuata da una maggioranza o da un’élite dittatoriale.

E gli chiederei inoltre di riconoscere che se egli concorda con i fini e gli obiettivi di altri socialisti, il ricorso alle logiche di comando e di controllo dei nazionalsocialisti e la loro adozione di qualche forma di pianificazione centrale istituzionalizzata per perseguire il loro asserito “bene comune” conferiscono al loro sistema la patente di concezione sostanzialmente “socialista”, paragonabile a qualsiasi altra che Ronald Granieri potrebbe appoggiare o accogliere con maggior favore. Quindi, che concordi o meno, anche i nazisti erano socialisti, solo di una risma differente da quelle con cui egli si sente più a suo agio.

Saggio di Richard M. Ebeling, pubblicato su American Institute for Economic Research

Traduzione, con l’autorizzazione di AIER, a cura di di Cristian Merlo