Elogio del laissez-faire

di Adalberto Ravazzani

Il liberismo economico è un concetto che fa paura. Come teoria sociale è capace di irritare accademici e giornalisti, studenti, politici e studiosi. L’impianto metodologico liberista è giudicato attraverso filtri ideologici e giudizi privi di coerenza e significato. Non è un caso che la retorica populista faccia spesso riferimento al neoliberismo – neologismo coniato prima da Alexander Rüstow e successivamente utilizzato nel 1938 da Louis Rougier – al colloquio Walter Lipmann, come alla quintessenza di tutti i mali.

Al di là di queste artate considerazioni collettiviste, il liberismo è una filosofia economica rivoluzionaria e coerente. Lo affermava nel secolo scorso anche Ludwig von Mises: il liberalismo economico è la filosofia dell’uomo comune e dell’individuo del fare.

Lo spirito del liberismo valorizza l’uomo che fatica, che lavora, che produce, nella sua qualità di agente morale spinto dal desiderio innato di migliorare la propria condizione all’interno del “gioco” dello scambio. Il protagonista assoluto della logica liberista è il mercato: questa entità è regolata dalla Legge della domanda e dell’offerta e dalla mutua interazione tra acquirente e venditore, nella ricerca dell’optimum, in un contesto contrassegnato dal valore utilità e dall’imprevedibilità del momento.

Il cardine del mercato è la figura dell’imprenditore. Egli, come tuonava Jean-Baptiste Say, nel suo “Trattato di economia politica” (1803), è colui che organizza i fattori della produzione e dei capitali. Nella struttura dei commerci, l’imprenditore immagina straordinari orizzonti e nel suo agire produce la ricchezza sociale. La figura imprenditoriale non può essere viziata dai drappi o dalle apparenze, ma deve essere giudicata per la sua capacità di intuire dove si dirige il mercato, oltre che per i vessilli della responsabilità e del coraggio che la contraddistinguono.

I nemici giurati del liberismo economico sono il corporativismo, il protezionismo, la classe politica, le concezioni sociologiche di una società di casta chiusa, ferma e statica, per non parlare dello statalismo collettivista e la burocrazia.

Elogiare il liberismo significa difendere la libertà, e la condizione primaria per ogni società autenticamente civile – diceva Luigi Einaudi – è la libertà economica. Per gli individui resta un’unica opzione: lasciarsi guidare dalle Mano Invisibile del mercato. Non è un caso che le economie più sviluppate sono quelle libere dalle catene della pianificazione e improntate al sistema del laissez-faire.

Articolo di Adalberto Ravazzani