Il neomarxismo di Piketty promuove la tirannia fiscale e ignora la vera lotta di classe

di Guglielmo Piombini

Un insolito best-seller

I continui fallimenti del socialismo non sembrano aver sminuito la sua capacità di attrazione. Alcuni pensatori caduti in discredito negli anni Ottanta e Novanta sono tornati di moda, e oggi gli intellettuali più ascoltati fanno a gara nell’esaltare l’“attualità di Marx” o il “ritorno del Maestro” (Keynes). Si spiega così il sorprendente successo del libro dell’economista francese Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo che, uscito nel 2013 e tradotto in italiano l’anno successivo, ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie nel mondo: un fatto molto inconsueto per un testo di economia lungo e impegnativo.

Il suo messaggio, a quanto pare, era proprio quello che il pubblico voleva sentirsi dire, anche se il tasso di lettura del libro è stato inversamente proporzionale alle sue vendite. Pochi, probabilmente, sono arrivati fino all’ultima pagina. Amazon Kindle conserva i dati sulle pagine sottolineate, e risulta che il lettore medio è arrivato a pagina 26 su 655 (nella versione italiana sono 950), cioè verso la fine dell’introduzione.[1] Ma che importa? Alla gente interessava soprattutto avere un’autorevole conferma “scientifica” della tesi centrale del libro: che i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, e che le disuguaglianze peggioreranno sempre di più se i governi non faranno qualcosa per contrastarle.


Marx redivivo?

Piketty rifiuta l’etichetta di marxista e si definisce socialista democratico, eppure già nel titolo, Il capitale nel XXI secolo, rende omaggio a Il capitale di Marx, facendo sottintendere al lettore di aver realizzato una sorta di aggiornamento per il nuovo millennio dell’opera del padre fondatore del “socialismo scientifico”. Pur avvertendo di voler evitare ogni “determinismo economico”, in realtà Piketty delinea, proprio come Marx, una teoria generale del capitalismo, capace di spiegarne i suoi sviluppi futuri. Anch’egli sostiene di averne individuato le leggi inesorabili, non per mezzo di una concezione dialettica della storia ma grazie ad alcune formule algebriche. E proprio come Marx offre alcune predizioni apocalittiche: la disuguaglianza esploderà, generando una situazione “potenzialmente terrificante” caratterizzata da violenti rivolte.

Per Piketty, Marx aveva essenzialmente ragione quando identificava nell’“accumulazione infinita” uno dei vizi principali del capitalismo. L’idea è che il libero mercato, lasciato ai suoi meccanismi, favorisca la concentrazione della ricchezza in capo a un numero sempre minore di persone. Il problema del capitalismo, scrive Piketty, è che “non c’è nessun processo spontaneo e naturale capace di impedire alle forze destabilizzatrici della disuguaglianza di prevalere in via permanente”. Il mondo starebbe dunque tornando alle disuguaglianze del XIX secolo raccontate nei romanzi di Balzac o Dickens, che le depressioni economiche e le guerre mondiali del XX secolo avevano (fortunatamente?) attenuato.

Qual è la prova di tutto questo? Piketty sostiene di aver individuato, analizzando un’enorme massa di dati, una tendenza, anzi una vera e propria legge matematica, riassunta con la formula r > g, dove r indica il tasso annuale di rendimento da capitale, e g il tasso annuale di crescita del reddito e della produzione. Il capitalismo avrebbe raggiunto uno stadio in cui i ritorni del capitale (profitti, interessi, affitti e dividendi) crescono più rapidamente dell’economia nel suo complesso. Sarebbe questa, secondo Piketty, la contraddizione centrale del capitalismo:

Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita della produzione e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI secolo – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si basano le nostre società democratiche.[2]

La matematica ci dice che se i redditi da capitale crescono sempre più rapidamente dei redditi da lavoro, con il passare del tempo i capitalisti arriveranno a possedere praticamente tutto. Il passato, scrive Piketty, divora il futuro, e se non facciamo qualcosa nel 2050 pagheremo tutti una rendita all’emiro del Qatar! Questa profezia apocalittica si basa, in sostanza, sullo stesso genere di estrapolazione matematica dei trend attuali nel futuro usato da economisti come Thomas Malthus e David Ricardo o da ambientalisti come Paul Ehrlich e il Club di Roma per teorizzare le loro fosche previsioni. Malgrado il ripetuto fallimento di queste predizioni, il pubblico sembra sempre pronto ad ascoltare le teorie catastrofiste ammantate di scientificità.


Tassare i ricchi!

Lo scenario futuro sembra veramente terribile, ma per l’economista francese non bisogna perdere le speranze, perché esiste una soluzione. Egli ovviamente non auspica, come rimedi, le depressioni economiche e le guerre che avevano caratterizzato il più egualitario (a suo dire) XX secolo fino agli anni ‘70. Ritiene però che gli stessi effetti possono essere realizzati con mezzi più pacifici e meno traumatici. La contraddizione centrale del capitalismo, spiega Piketty senza particolare fantasia, può essere corretta dallo Stato con il suo potere di tassazione. Egli propone un’aliquota dell’80% sui redditi superiori a 500.000 o 1 milione di dollari, più una tassa globale sulla ricchezza del 5-10 % sui patrimoni miliardari, e dell’1-2 % sui patrimoni milionari.[3]

L’economista tedesco Stefan Homburg ha calcolato che, seguendo Piketty e assumendo un normale rendimento sul capitale del 4% per il XXI secolo, una tassa del 10% sulla ricchezza equivale ad una tassa del 250% sul reddito di capitale risultante. Combinando questa imposta patrimoniale con l’imposta sul reddito dell’80%, la tassazione potrebbe arrivare al 330 per cento![4]

Le modalità di riscossione di questa tassa globale sulle ricchezze sono lasciate piuttosto nel vago, anche perché il suo ideatore ne ammette le difficoltà applicative. Egli però non dà nemmeno delle indicazioni sul modo in cui dovrebbero essere impiegate queste entrate. Questo aspetto lo interessa poco, perché la sua priorità è quella di livellare verso il basso le differenze tra ricchi e poveri, più che innalzare i redditi di questi ultimi. Piketty ammette che le aliquote marginali troppo alte danno di solito un gettito molto basso, ma si dichiara nondimeno favorevole alla tassazione confiscatoria sui guadagni elevati perché

Il compito principale dell’imposta sul capitale non è quello di finanziare lo Stato sociale, quanto di regolare il capitalismo.[5]



L’ossessione egualitaria

Questa affermazione di Piketty ci porta alla sua ossessione per l’eguaglianza, altro elemento essenziale del suo successo. L’individuazione di un nemico come i ricchi redditieri, infatti, può sempre contare sul diffuso e mai sopito sentimento dell’invidia sociale, e presenta analogie con la polemica di Keynes contro i rentier, cioè i risparmiatori che traggono i propri redditi dagli investimenti e dalle proprietà, che l’economista britannico voleva sottoporre ad “eutanasia” in nome dell’interesse generale.

Il libro di Piketty è dunque uscito al momento giusto, perché la sua tesi centrale concorda con le idee correnti sui recenti avvenimenti economici. Anche se la crisi del 2008 è stata provocata dalla politica, che ha ridotto artificialmente i tassi d’interesse e incoraggiato l’accensione di mutui immobiliari privi di sufficienti garanzie, nel dibattito pubblico la responsabilità è stata attribuita alla finanza “senza regole”, i cui protagonisti sono proprio i ricchi messi sotto accusa da Piketty. 

Egli non spiega il motivo per cui le disuguaglianze materiali dovrebbero essere il problema principale del nostro tempo. Lo dà per scontato. Ma per quale motivo la lotta alle disuguaglianze materiali dovrebbe avere più importanza dell’aumento della ricchezza complessiva, del miglioramento della condizione dei poveri o dell’espansione della libertà individuale? Egli risponde succintamente, senza offrire prove convincenti, che la disuguaglianza dei redditi è insostenibile perché porta al controllo di tutte le proprietà da parte di poche persone, oppure a rivoluzioni violente.  

Quest’ultima affermazione è molto dubbia. Non sembra che, nella storia, il fattore scatenante di rivolte e rivoluzioni sia stato il perseguimento di un’astratta eguaglianza dei redditi. I rivoluzionari americani si opposero all’oppressione politica e fiscale della monarchia inglese, e non miravano di certo all’eguaglianza materiale; la Rivoluzione francese nacque da una rivolta del Terzo Stato contro gli ingiusti privilegi di status dei nobili; i contadini russi del 1917 e quelli cinesi del 1949, ha osservato Murray N. Rothbard, erano ribelli che rivendicavano la proprietà privata della terra e la libertà di commerciare i prodotti, e non chiedevano né l’uguaglianza né il socialismo.[6]


Il Grande Arricchimento sfuggito a Piketty

Ma il punto fondamentale è un altro: per quale motivo bisogna distruggere o inceppare un meccanismo che crea disuguaglianze di ricchezza, ma che nello stesso tempo genera uno strabiliante miglioramento delle condizioni di vita per tutti? Da quando la Rivoluzione industriale è entrata a pieno regime intorno al 1820, il prodotto totale dei sedici paesi capitalistici avanzati è aumentato di 70 volte, la popolazione di 5 volte, il prodotto pro-capite di 14 volte e il consumo pro-capite di quasi 10 volte. Le ore lavorative annuali sono adesso quasi la metà di allora, mentre l’attesa di vita è raddoppiata.[7] Questo risultato spettacolare del capitalismo, definito da Deirdre McCloskey “Grande Arricchimento”, dovrebbe riempirci di ammirazione e riconoscenza, non di odio o risentimento.

Proprio gli ultimi decenni, quelli che secondo l’economista francese hanno visto acuirsi le disuguaglianze, sono stati i migliori per i poveri nella storia dell’umanità. Nel 1981 il 52 % dell’umanità viveva in condizioni di estrema povertà, con difficoltà a provvedere ai bisogni di base come l’abitazione e il cibo. Nel 2005 questa percentuale era scesa al 25 % e alla fine del 2011 si era ridotta al 15 %.[8] Nell’ultimo decennio il reddito pro-capite dei paesi poveri è raddoppiato.

Si tratta della più grande riduzione della povertà che il mondo abbia mai conosciuto, ed è avvenuta grazie alla globalizzazione degli scambi, all’abbandono di ideologie sbagliate come il marxismo o il protezionismo autarchico, e alla maggiore crescita: non certo grazie alla redistribuzione dei redditi invocata da Piketty. Uno studio condotto su 118 paesi nell’arco di 40 anni mostra che quasi tutto l’aumento dei redditi delle fasce più misere è stato una conseguenza dell’innalzamento del livello medio dei redditi, non del cambiamento nella loro distribuzione.[9] Ma di tutto questo, nel libro di Piketty, non v’è traccia. L’aspetto più rilevante e avvincente della storia recente non merita nemmeno un cenno nel suo prolisso volume.


Big Data e illusione scientista

Tutti i colleghi di Piketty, anche quelli più critici nei suoi confronti, hanno elogiato la sua eccezionale raccolta di dati riguardanti gli ultimi 300 anni, messa a disposizione sul web. Ciò che differenzierebbe il suo lavoro da quello di precedenti economisti che si erano cimentati sulle medesime questioni è la possibilità di valutarle alla luce di una quantità molto maggiore di dati, non disponibili agli studiosi delle passate generazioni. Il capitale nel XXI secolo segnerebbe quindi, per Piketty e i suoi sostenitori, l’avvento della rivoluzione dei Big Data nella storia economica. Da questa montagna di numeri Piketty ritiene di avere individuato, con maggiore precisione rispetto a Marx, Ricardo o Keynes, le tendenze verso una crescente disuguaglianza tra i redditi da capitale e i redditi da lavoro. 

Gli economisti della scuola austriaca hanno però messo in guardia coloro che credono di poter ricavare le leggi economiche dai dati empirici. Trattare l’economia come fosse una scienza naturale è un’illusione scientista. I dati economici sono sempre incompleti, parziali e interpretabili, e da essi non si possono trarre delle leggi economiche certe e universalmente valide. Solo una solida teoria a priori dell’azione umana può dare un senso alla massa informe dei fatti empirici, e non viceversa.

Il modo con cui Piketty ha interpretato questi dati ha sollevato infatti numerose obiezioni. Il Financial Times ha accusato l’economista francese di aver aggiustato i numeri per renderli compatibili con le sue tesi.[10] Qualche commentatore ha rilevato degli errori storici o fattuali.[11] Secondo altri Piketty non ha considerato i rilevanti effetti redistributivi del fisco e dello Stato assistenziale.[12] Altri ancora hanno osservato che l’aumento del valore dei capitali deriva soprattutto dalla bolla immobiliare, che è un fenomeno temporaneo, o dalla crescita dei fondi pensione, che spesso non sono ereditabili e che sono detenuti da persone di medio reddito.[13] Più in generale, le variazioni nei redditi o nella ricchezza si spiegano meglio con i cambiamenti politico-istituzionali o tecnologici, più che con l’accumulazione del capitale.[14]

Ci sono tanti modi di leggere gli stessi dati, e la tesi di Piketty sulle crescenti disuguaglianze non è supportata in maniera univoca dai numeri raccolti, malgrado sia stata accettata come un fatto indiscutibile dai suoi estimatori. La profezia della inevitabile concentrazione delle ricchezze in mano ai capitalisti è lungi dall’essere dimostrata matematicamente. E difatti Piketty, a seguito di tutte queste varie critiche, ad un anno dalla pubblicazione del suo libro ha ritrattato la sua tesi scrivendo:

Non ritengo che r > g sia il solo e nemmeno il più importante strumento per valutare i cambiamenti nel reddito e nella ricchezza del XX secolo, o per prevedere l’andamento delle diseguaglianze nel ventunesimo secolo.[15]


Incomprensione dell’azione umana

Anche la sua impostazione macroeconomica lo porta a conclusioni fuorvianti. Nel libro il reddito e il capitale hanno sempre e solo l’aspetto di grandi aggregati numerici; la ricchezza non è mai “prodotta” o “guadagnata”, ma sempre e solo “ricevuta” o “redistribuita”; il capitale appare come una grande massa omogenea che genera automaticamente un rendimento. Armeggiando con questi aggregati, Piketty ritiene di aver individuato, in due equazioni algebriche riguardanti il rapporto tra capitale e reddito, nientemeno che le due “leggi fondamentali del capitalismo”.[16]

Sono formule che, se possono avere un senso dal punto di vista contabile, non hanno alcun significato economico, perché trascurano i ben più rilevanti aspetti microeconomici dell’azione umana, dell’imprenditorialità, del rischio, dell’incertezza, della previsione del futuro. Egli immagina che questi aggregati interagiscano tra loro come se avessero una vita propria, indipendente dall’iniziativa, dalla creatività e dalla scelta umana.[17]

Il capitale non è un agglomerato indistinto, un blob che cresce su se stesso. Il capitale è costituito da un’infinità di elementi eterogenei che vengono utilizzati nella produzione, ciascuno con diverse caratteristiche. Diversi tipi di capitali hanno diverse redditività. Tra essi risalta particolarmente il capitale umano, sul quale molte persone investono intensamente nella propria vita, ma che Piketty non considera probabilmente perché difficile da quantificare nelle sue formule matematiche.

Nella vita reale il capitale non genera automaticamente un rendimento del 5 o del 6 % all’anno per il solo fatto di esistere. Produce frutti solo se ben investito, cioè se aggiunge valore all’economia. Il miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi secoli si deve al fatto che i proprietari del capitale l’hanno impiegato in maniera efficiente, rendendo più produttivo il lavoro umano. Purtroppo, questa fondamentale funzione economica dei possessori di capitali non gioca alcun ruolo nell’analisi di Piketty.[18]


La difficile attività del capitalista

Se è vero quello che dice Piketty, che il possesso di un capitale garantisce un arricchimento automatico, allora la soluzione più ovvia per migliorare la condizione dei lavoratori non è quella di tassare e confiscare i capitali, ma di trasformare i lavoratori in capitalisti privatizzando ad esempio i sistemi pensionistici pubblici. Tuttavia, contraddicendosi in pieno, Piketty si dichiara contrario alla privatizzazione della previdenza pubblica perché a suo avviso sarebbe troppo rischioso data la volatilità e l’incertezza dei mercati finanziari. In verità i fondi pensione, potendo diversificare e operando nel lungo periodo, sono assai meno volatili e rischiosi dei capitali d’impresa.[19]

Il fatto che i capitalisti rischino il proprio capitale senza avere alcuna garanzia di un rendimento non riceve la minima attenzione nel lavoro di Piketty, ma accrescere o anche solo conservare un patrimonio non è affatto una cosa semplice. Lo dimostra l’elevata mobilità nella graduatoria delle persone più ricche. Dei 400 americani più ricchi nella classifica di Forbes del 1982, meno di uno su dieci è ancora presente trent’anni dopo. Dei 20 maggiori patrimoni nella classifica del 2013, ben 17 (cioè l’85%) sono stati accumulati da self-made men. Dei tre rimanenti solo uno appartiene a una famiglia che l’ha conservato per tre generazioni (i proprietari dei dolciumi Mars). Gli altri due appartengono ai fratelli Koch, che hanno ereditato una fortuna ma l’hanno considerevolmente accresciuta grazie alla loro abilità imprenditoriale; e ai proprietari di WalMart eredi di Sam Walton, un imprenditore di umili origini che si è fatto da sé.

Se guardiamo a livello mondiale, tutti coloro che erano in vetta alla prima classifica compilata da Forbes nel 1987 sono usciti di scena, insieme ai loro eredi. Nel 1987 l’uomo più ricco del mondo era il giapponese Yoshiaki Tsutsumi, con una fortuna stimata di 20 miliardi di dollari. L’ultima volta che è apparso in classifica è stato nel 2006, e oggi il suo patrimonio vale circa 678 milioni di dollari: è calato del 96 % dal 1987, mentre secondo la formula di Piketty avrebbe dovuto crescere di sei volte! Il patrimonio del secondo, Taichikiro Mori, è calato in trent’anni dell’80%, mentre del terzo e del quarto, altri due giapponesi che avevano investito nel settore immobiliare, si sono perse le tracce.

Dei primi dieci solo tre sono riusciti a conservare senza perdite il proprio patrimonio. Le migliori performance sono state quelle dei fratelli Rausing proprietari di Tetra Pak, con un rendimento annuo del 2,7 %, e del canadese Kenneth Ray Thomson, che ha ottenuto da allora un rendimento annuo del 2,9 %: in ogni caso siamo ben lontani dai tassi superiori al 6 % calcolati da Piketty. Tutti i nomi degli uomini più ricchi di oggi, come Bill Gates, Larry Ellison, Jeff Bezos, Larry Page, Sergey Brin e Mark Zuckerberg, nel 1987 erano sconosciuti.[20] Questi imprenditori sono diventati miliardari perché hanno creato beni e servizi altamente apprezzati dai consumatori. Hanno guadagnato i loro redditi non tanto grazie al capitale, quanto all’innovazione tecnologica. Cosa ci sarebbe di “arbitrario” e “antimeritocratico” in questo?

La verità è che, contrariamente a quello che molti pensano e che Piketty afferma di aver dimostrato, non è facile conservare un patrimonio all’interno di un’economia di mercato, perché sulle performance degli investimenti influiscono fattori spesso imprevedibili: cambiano le preferenze dei consumatori, emergono nuovi concorrenti, salgono o scendono i prezzi degli asset.


I burocrati, i veri rentier del XXI secolo

Esistono però delle rendite sicure e crescenti che non riflettono il valore aggiunto all’economia e che non subiscono gli alti e bassi del mercato, ma i personaggi che le percepiscono non sono quelli messi sotto accusa da Piketty. Le entità dei loro patrimoni raramente sono note, perché non amano renderli pubblici: anzi, si sforzano in ogni modo di occultarli invocando il rispetto della privacy. Stiamo parlando dei membri della classe politico-burocratica, dei funzionari pubblici, dei cosiddetti “servitori dello Stato”: tutti coloro, cioè, che ricevono una rendita sicura dallo Stato, e che sono gli autentici rentier parassitari del nostro tempo.

Chi opera nel mercato sa per esperienza quanto sia impegnativo convincere il pubblico a spendere del denaro per i beni e servizi offerti. Per questa ragione, si potrebbe dire, è stato inventato lo Stato. A differenza dei mezzi economici basati sullo scambio volontario, i mezzi politici basati sulla costrizione assicurano infatti un flusso continuo e sicuro di entrate ai loro beneficiari. Oggi è molto più facile far soldi introducendosi nel mondo della politica o nel settore pubblico, che non facendo l’imprenditore: provare per credere. Piketty, ha osservato Nicolas Lecaussin, è un dipendente pubblico che, come la maggior parte degli economisti francesi, quasi per definizione non capisce il business:

Come può scrivere di rendimenti del capitale e proporre politiche radicali senza aver mai assunto il minimo rischio in vita sua? Che comprensione reale, derivante dall’esperienza pratica e non dai manuali, può avere una persona che non ha mai fondato un’impresa, sofferto un fallimento, superato un momento difficile per gli affari, e lottato per conquistare i mercati? I pensatori come lui sono troppo teorici e distanti dalla realtà.[21]

Piketty, tuttavia, non prende in considerazione le ingiuste disuguaglianze a sfavore dei poveri create dallo Stato attraverso la politica monetaria, i monopoli legali, le norme corporative, le tariffe protettive, la tassazione elevata dei ceti produttivi più umili, gli emolumenti e i vitalizi faraonici concessi alle agiate categorie statali. In quest’ultimo campo l’Italia batte ogni record mondiale, ma la tendenza del settore pubblico a ottenere privilegi a scapito del settore privato è presente un po’ dappertutto in Occidente. Nel Regno Unito, ad esempio, è normale per gli amministratori dei servizi pubblici percepire stipendi che vanno dalle 400mila alle 800mila sterline all’anno, mentre sono decine di migliaia i semplici impiegati pubblici che guadagnano più di 100mila sterline all’anno. Anche negli Stati Uniti i funzionari federali guadagnano mediamente l’84% in più degli impiegati del settore privato.[22]

Perché Piketty non accenna alle disuguaglianze create dall’intervento pubblico? Probabilmente perché avrebbe dovuto mettere sotto accusa se stesso e la classe a cui appartiene. Non vi è dubbio infatti che Piketty faccia parte della “classe dirigente”, cioè di uno strato sociale privilegiato.[23] Egli rappresenta la quintessenza di quella Nuova Classe di educatori, intellettuali, burocrati, tecnocrati, giornalisti, artisti, magistralmente descritta da Joseph Schumpeter e da Ludwig von Mises, che pur godendo di tutti gli enormi vantaggi del capitalismo alimentano l’odio nei suoi confronti.[24] I membri di questa classe sono generalmente benestanti e privilegiati ma trovano insopportabile che il libero mercato retribuisca gli imprenditori, i capitalisti o i manager più di loro.


Apologia del totalitarismo fiscale

Attualmente la classe politico-burocratica gode di poteri e privilegi, e gestisce il 50% del prodotto interno lordo in molti paesi occidentali. Si tratta di una presenza enorme e ingombrante sulla scena sociale, ma per Piketty e soci sembra che non esista. La classe burocratica ha giocato un ruolo da assoluta protagonista nel destino di molti paesi del mondo negli ultimi cent’anni, accaparrandosi quote enormi di risorse e di potere, eppure non compare mai nelle analisi della letteratura marxista contemporanea. Questo oblio, ma forse dovremmo parlare di occultamento, rivela tutta l’inconsistenza intellettuale di gran parte degli attuali pensatori socialisti.

Sebbene Piketty affermi di non essere un marxista o un anticapitalista, le sue idee sono altrettanto pericolose. Il sistema che propone mira a instaurare un sovrastato globale dotato di penetranti poteri polizieschi e fiscali, che danneggerebbe in maniera rovinosa quella crescita economica che, negli ultimi decenni, ha tirato fuori miliardi di persone dalla povertà. In Francia le idee di Piketty hanno ispirato l’imposta del 75% sui guadagni dei ricchi voluta dal presidente socialista François Hollande, poi abolita nel 2015 una volta constatati i suoi disastrosi effetti.

Con il pretesto dell’eguaglianza e della democrazia, il programma di Piketty minaccia seriamente le libertà individuali. Da quest’humus ideologico sono scaturiti i progetti totalitari di controllo fiscale edificati negli ultimi anni in numerosi paesi compresa l’Italia.[25] Se in altre epoche la violenza del potere si manifestava principalmente attraverso la schiavitù, la repressione del dissenso, la discriminazione, la coscrizione militare o la guerra, nell’Occidente di oggi ha assunto la forma della dittatura fiscale. Le idee di Piketty offrono una base intellettuale a questo inquietante sviluppo assunto dal potere politico nel XXI secolo.

Saggio di Gugliemo Piombini

Questo articolo, uscito originariamente in due puntate su Il Miglioverde, è stato presentato dall’autore in una puntata del podcast Il Truffone di Francesco Carbone

Gli abbonati a Tramedoro possono leggere un’approfondita sintesi del libro Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty, curata da Guglielmo Piombini e Carlo Zucchi

Sempre su Tramedoro si può trovare un’ampia sintesi, curata da Guglielmo Piombini, della replica degli economisti liberali al libro di Piketty: Anti-Piketty. Capital for the 21 Century


NOTE

[1] Deirdre McCloskey, “Measured, Unmeasured, Mismeasured, and Unjustified Pessimism: A Review Essay of Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century”, Erasmus Journal for Philosophy and Economics, 7 (2), p. 73-115.

[2] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014 (2013), p. 12.

[3] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, p. 808-809 e 841-842.

[4] Stefan Homburg, Critical Remarks on Piketty’s ‘Capital in the Twenty-first Century’, Institute of Public Economics, Leibniz University of Hannover, p. 2. 

[5] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, p. 818.

[6] Murray N. Rothbard, “Lo Stato è un furto!”, in Guy Sorman, I veri pensatori del nostro tempo, Longanesi, 1990 (1989), p. 208-215.

[7] Angus Maddison, L’economia mondiale. Una prospettiva millenaria, Giuffrè, Milano, 2005 (2001).

[8] Laurence Chandy-Geoffrey Gertz, With Little Notice, Globalization Reduced Poverty, “Yale Global Online”, Yale University, 2011.

[9] Johan Norberg, Progress. Ten Reason to Look Forward to the Future, Oneworld Publications, Londra, 2016, p. 66-67.

[10] Chris Giles, “Piketty Findings Undercut by Errors”, Financial Times, 23 maggio 2014.

[11] Phillip W. Magness and Robert P. Murphy, “Challenging the Empirical Contribution of Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century”, in Jean-Philippe Delsol, Nicolaus Lecaussin, and Emmanuel Martin (ed.), Anti-Piketty, Capital for the 21st Century, Cato Institute, Washington, 2017, p. 101-140.

[12] Martin Feldstein, Piketty’s Numbers Don’t Add Up, Wall Street Journal, 14 maggio 2014; Scott Winship, Inequality and the Fate of Capitalism, National Review, 19 maggio 2014.

[13] Alan J. Auerbach, Kevin Hassett, Capital Taxation in the 21st Century, University of California Berkeley, American Enterprise Institute, 16 dicembre 2014; Tim Worstall, “Yes, Thomas Piketty Was Wrong on Wealth”, Forbes, 20 marzo 2015.

[14] Daron Acemoglu and James A. Robinson, “The Rise and Decline of the General Laws of Capitalism”, in  Anti-Piketty, Capital for the 21st Century, Cato Institute, Washington, 2017, p. 145-183.

[15] Thomas Piketty, “About Capital in the Twenty-First Century”, American Economic Review, (5) 105, p. 48.

[16] La prima legge è alfa = r x beta, cioè “il reddito da capitale nella composizione del reddito totale (alfa) è uguale al tasso di rendimento del capitale (r) per l’indice capitale/reddito (beta)”. Piketty calcola che la quota di capitale, a fronte di uno stock di capitale pari a sei/sette annualità ed un tasso di rendimento del capitale attorno al 4-5%, potrebbe assestarsi nel XXI secolo attorno al 30/40% del reddito mondiale (p. 88 s.). La seconda legge fondamentale del capitalismo, secondo Piketty, è beta = s / g, cioè “il rapporto capitale/reddito (beta) è uguale al tasso di risparmio (s) diviso il tasso di crescita (g)” (p. 254).

[17] Donald J. Boudreaux, “Get Real: A Review of Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century”, in Anti-Piketty. Capital for the 21st Century, p. 186.

[18] Randall Holcombe, “Capital, Returns, and Risks: A Critique of Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century”, in Anti-Piketty. Capital for the 21st Century, p. 209.

[19] Juan Ramón Rallo, “Thomas Piketty’s Great Contradiction”, in Anti-Piketty. Capital for the 21st Century, p. 61.

[20] Juan Ramón Rallo, “Where Are the ‘Super Rich’ of 1987?”, in Anti-Piketty. Capital for the 21st Century, p. 31.

[21] Nicolas Lecaussin, “The Sociology of Piketty’s Anti-Rich Stance”, in Anti-Piketty. Capital for the 21st Century, p. 49.

[22] Douglas Carswell, Rebel. How to overthrow the emerging oligarchy, Head of Zeus Ltd, London, 2017, p. 93-94.

[23] Come ha fatto acutamente notare Jonah Goldberg, “Mr. Piketty’s Big Book of Marxiness”, Commentary, 1 luglio 2014.

[24] Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas, Milano, 2001 (1942); Ludwig von Mises, La mentalità anticapitalistica, Armando, Roma, 1988 (1956).

[25] In Italia, ad esempio, sono stati introdotti in poco tempo gli studi di settore, il redditometro, lo spesometro, le segnalazioni al 117, Serpico (il supercervellone elettronico che incrocia decine di migliaia di informazioni al secondo). E inoltre si sono avuti: l’abolizione del segreto bancario, i 400mila controlli all’anno sulle piccole imprese, i blitz contro la mancata emissione di scontrini, il limite all’utilizzo dei contanti, l’utilizzo del pos per le transazioni commerciali sopra i 30 euro, l’obbligo della fatturazione elettronica, e l’elenco potrebbe continuare.