Gianfranco Miglio è vivo e sempre più attuale

di Alessandro Vitale

 

Gianfranco Miglio è vivo e sempre più attuale. Coloro che pensano che andandosene vent’anni fa, il 10 agosto 2001, portando con sé tutta la sua eredità intellettuale o che addirittura auspicavano che con la fine della sua esperienza terrena scomparissero anche la sua opera, il suo pensiero sulla dura realtà della politica, il suo lavoro scientifico, la portata delle sue riflessioni neofederali e delle sue proposte di radicale riforma costituzionale, sono fuori strada. Miglio infatti non se n’è mai andato ed è sempre più attuale nella realtà che ci circonda.

Nonostante tutto quello che è accaduto in questi vent’anni, Miglio è vivo. Nonostante le false e nauseanti ricostruzioni massmediatiche della sua figura, le risibili calunnie ancora circolanti, diffuse ad arte dal regime italiano e dai suoi accoliti e beneficiati, Miglio è più vivo che mai. Nonostante l’uso infamante e a sproposito del suo nome da parte di qualche politicante, Miglio è vivo e sempre più attuale. Nonostante il silenzio nei “luoghi che contano” e negli ambienti accademici, dove ancora vige non solo l’imbarazzo a citarlo, ma persino il ricattatorio e tacito divieto a studenti, dottorandi, ricercatori (e professori non ancora giunti al baronato), di occuparsi delle sue idee e scoperte – pena pesanti ritorsioni da parte di coloro che dettano l’agenda degli studi – e nonostante la cancellazione dei suoi scritti dalle case editrici, Miglio è sempre più attuale. Nonostante l’autocontraddittorio conglomerato di anatemi e di sterili “omaggi labiali” alla sua opera e alla sua metodologia – (purchè non riguardino gli ultimi dieci anni di straordinaria riflessione teorica neofederale, dei quali per altro ben poco si sa, ma frutto maturo, questa, proprio della sua elaborazione teorica e concettuale precedente e di quella stessa metodologia) – un conglomerato dominante anche nell’Università nella quale ha studiato e lavorato per più di mezzo secolo – Gianfranco Miglio è vivo. Nonostante il tentativo degli accademici – come aveva scritto in un commosso ricordo del politologo comasco, a dieci anni dalla morte, Gilberto Oneto – di «Far passare Miglio per quello che non è mai stato: uno di loro, uno stinto e asettico studioso, un ipocrita», Miglio è vivo perché è stato l’esatto opposto. Nonostante il silenzio ufficiale calato sulla sterminata serie di sue profonde intuizioni, feconde e gravide di possibili, innumerevoli sviluppi scientifici, la frettolosa archiviazione dei suoi apporti alla Scienza della Politica da parte di didatti ormai dediti nelle Università a irrilevanti micro-problemi, a interminabili vaniloqui sulla democrazia, sulle alchimie elettorali, sugli aspetti di facciata dei partiti politici, sulle loro conformazioni parlamentari e ad altri aspetti di superficie (indagati da una disciplina, la “Scienza Politica” diventata fonte di legittimazione di un sistema politico e che Miglio riteneva andasse ormai «Rivoltata come un calzino»), lo studioso comasco e la sua opera sono più vivi che mai. Il suo lavoro è attuale perché era rivolto ai tempi lunghi, a cercare di sapere cosa sarebbe accaduto fra cinquant’anni, non l’indomani. Cosa che certo non si può dire – come giustamente ha notato Carlo Lottieri in un suo articolo scritto su Il Giornale in occasione di questo Ventennale dalla morte – dell’ormai stantìa e inservibile politologia degli anni Settanta-Ottanta (ma anche di molta di quella recente), precedente alla fine del periodo del sistema internazionale bipolare.

Innanzitutto andrebbe ricordato che Miglio era stato definito, non certo a vanvera e con buona pace dei suoi detrattori, da uno dei più grandi giuristi e political scientist di tutti i tempi – Carl Schmitt – in una conversazione con Ernst Jünger: «Il maggiore teorico delle istituzioni e l’uomo più colto d’Europa».

Miglio dominava infatti e continuava a svilupparla, una compiuta teoria della politica, che gli permetteva di penetrare nei più profondi meandri e segreti (gli “arcana imperii”) della gestione del potere e nei temi più scomodi per chi quel potere detiene. A questo si aggiungevano una sterminata competenza storica in materia di istituzioni, dottrine politiche, Costituzioni e una straordinaria capacità previsionale. Dal profondo studio delle ragioni dell’obbedienza e della legittimità politiche (l’obbligazione politica), a quello delle fonti e delle dinamiche del parassitismo e della rendita politica (il vivere alle spalle degli altri, grazie alla coercizione: un tema fondamentale dei primordi della Sociologia e della Scienza della Politica, poi rimosso dalle accademie statalizzate), allo studio della lotta per il potere e della tendenza di quest’ultimo a espandersi indefinitamente, laddove non incontri ostacoli, l’opera di Gianfranco Miglio si è sviluppata sempre ben al di là della superficie dei fenomeni, giungendo a sviluppi teorici che tanto possono ancora e più che mai aiutare a comprendere la realtà della politica e del dominio di alcuni esseri umani organizzati su sterminate masse di altri, disorganizzati. Dalla storicizzazione dello Stato moderno e del concetto teologico secolarizzato di “sovranità”, egli giunge a demistificare anche innumerevoli dogmi legati alla costruzione ideologica dello Stato moderno, che continuiamo a dare per scontati.

La sua indagine sul contrasto irriducibile fra “obbligazione politica” (oggetto centrale della sua ricerca pluridecennale) e obbligazione “contratto-scambio”, concepita sviluppando in profondità la lezione del suo Maestro di fama mondiale, Alessandro Passerin d’Éntreves e distaccandosi in questo dalla teoria di Carl Schmitt (ma non certo dal suo realismo, che per altro era giunto a analoghe scoperte sul declino dello Stato moderno e sulla continua tendenza del potere politico a dilagare), sondava profondità incommensurabili. Solo partendo da questa (e smentendo coloro che vorrebbero la sua elaborazione di una teoria neofederale come “non scientifica”, estemporanea e avulsa dal suo lungo percorso teorico precedente), è del resto possibile comprendere la sua teoria neofederale, le sue fondamenta (l’emergere di contratti flessibili, che mettono in discussione ferrei patti politici senza limitazioni temporali e pretese all’assolutezza e illimitatezza della sovranità indivisibile) e le sue ragioni nel mondo attuale. Il lungo ritorno al contratto (che ha dominato una lunga fase pre-statuale moderna) corrisponde alla crisi dei dogmi parareligiosi dell’unità, della sovranità indivisibile e eterna, che hanno dominato per secoli e che vengono ancora dati per scontati. Di fronte all’esplodere di bisogni sempre più diversificati e complessi, che premono per l’emergere di economie dinamiche orientate al mercato, alla concorrenza e all’innovazione (che avrebbero bisogno della dispersione concorrenziale del potere), ma ingestibili da parte di strutture formalizzate e immobili come gli Stati sovrani unitari centralizzati, poiché lo spazio politico e quello economico tendono a divaricarsi, soprattutto questa parte della sua teoria acquista oggi sempre più attualità e interesse. Perché le soluzioni federali, anche quando non ce ne rendiamo conto, possono risolvere i gravi problemi che crea il declino, lento ma inesorabile, delle sempre più elefantiache strutture macro-statuali unitarie e accentrate.

Miglio è vivo proprio perché il suo pensiero vive nel presente, essendo stato capace di anticipare i fatti, le dinamiche della politica – conoscendone a fondo le sue regolarità – in modo incomparabile rispetto ai suoi colleghi. È come se, mediante i pensieri e le analisi che ci ha tramandato, continuasse ad osservare, a fotografare la realtà politica nella quale viviamo, a illuminarne i segreti meccanismi, denunciandone i difetti, le patologie, smascherandone le finzioni e indicando rimedi che, se non adottati, non possono frenare i gravi processi degenerativi che ci attanagliano: proprio quei processi che puntualmente e come aveva previsto hanno portato al peggioramento dei problemi con i quali, ancor più oggi che non alla fine degli anni Novanta, abbiamo a che fare.

A livello mondiale lo Stato unitario centralizzato, erede della sovranità moderna, provoca infatti problemi crescenti e sempre più catastrofici: dai costi altissimi della sua azione e dei suoi inefficaci interventi, agli sprechi di risorse, alla corruzione, agli squilibri territoriali nella redistribuzione arbitraria delle ricchezze estratte con la tassazione, sempre più esorbitante. È una struttura ormai incapace di rispondere ai bisogni in continua crescita e differenziazione, così come di frenare l’inarrestabile ed esponenziale aumento della spesa pubblica. Si tratta di una struttura elefantiaca che crea ormai molti più problemi di quanto non ne risolva. Per non parlare dell’adozione di strumenti autodifensivi sempre più drastici e drammatici, ai limiti della tirannide armata, da parte delle classi politiche che cercano di difendere queste strutture ingessate e sottoposte a crescenti scossoni economico-sociali e politici. Del caso italiano invece Miglio aveva compreso e anticipato l’attuale fase di acuta e irreversibile degenerazione della “Prima Repubblica” (mai trasformatasi, come possiamo constatare oggi, in “Seconda”, nonostante alcuni ritocchi di facciata che l’hanno solo ulteriormente sgangherata), il declino di uno Stato unitario centralizzato – risalente nel suo impianto ideologico alla fine del Settecento, mentre le esigenze economiche e di sviluppo, dovute al rapido cambiamento dei fattori economico-sociali, galoppano al ritmo del XXI secolo: uno Stato territoriale sempre più irriformabile, oppressivo, che (come diceva negli ultimi anni) sarebbe diventato di tipo “afro-balcanico”, basato su un parassitismo sistematico e dilagante, avido di risorse estorte senza pietà da produttori sempre più disperati, fondato su una burocrazia ottusa e invadente e su consorterie di tipo para-mafioso, che si appropriano delle istituzioni per farne strame e per spartirsi il bottino. Tutti i nodi della spesa pubblica parassitaria e fuori controllo, del residuo fiscale che dissangua le regioni più produttive, del debito pubblico ormai ingestibile, dei cronici deficit di bilancio, della rapina fiscale ai danni delle aree più dinamiche, depredate senza limiti da una famelica ed elefantiaca struttura politico-burocratica, del crollo economico e civile del Mezzogiorno – dominato da diffusi tentacoli delinquenziali (ormai dilaganti anche nel Settentrione) e superato ormai dal  reddito pro-capite di molti Paesi dell’ex blocco orientale – non hanno fatto che ingigantirsi e diventare sempre più difficili da sciogliere, in uno Stato ormai irriformabile. Nodi enormi, questi, accompagnati dalla diffusa e tragicomica convinzione che lo Stato possa risolvere qualsiasi problema, spendere e indebitarsi sempre di più, scaricando i costi (non percepiti) sulle famiglie di una sola parte dello Stato territoriale e soprattutto sulle generazioni future, ormai derubate di qualsivoglia prospettiva.

La teoria e l’analisi di Gianfranco Miglio acquisiscono di fronte a tutto questo un’attualità assoluta, un’urgenza estrema di riesame e di approfondimento, tenendo conto anche delle sue implicazioni pratiche, a partire dalla sempre più necessaria e elementare “protesta contro ordinamento”, che proprio il suo Maestro, Alessandro Passerin d’Éntréves, aveva definito «L’altra faccia della medaglia dell’obbligazione politica». Ossia il diritto di ribellarsi a un ordine iniquo, imposto dal potere politico e dal suo abuso, mediante l’uso illegittimo delle risorse pubbliche, la dilatazione delle spese per rafforzare quello stesso potere, in una reiterata violazione dei principi basilari della giustizia.

Come si può constatare facilmente – perché uno dei suoi maggiori pregi è sempre stata la chiarezza adamantina del suo pensiero e per conseguenza della sua scrittura – i testi dei suoi studi e interventi sembrano averlo proiettato ben al di là dell’epoca nel quale è vissuto, poiché la sua capacità di comprensione di problemi-chiave e di previsione aveva dell’incredibile. Non è un caso che dai suoi scritti continui ad affiorare una freschezza incomparabile e che, a differenza di quanto accade nelle burocratizzate accademie, il riferimento a molte sue intuizioni sia inevitabile nel campo dello studio dello Stato moderno, del Federalismo, condotto da studiosi liberi da quelle frenanti pastoie di marca più o meno statale. Non è un caso che i suoi scritti continuino a fluire in un vero e proprio “fiume carsico” rispetto alla “cultura” ufficiale e ai suoi imprimatur.

Infatti l’opera di Gianfranco Miglio è sempre più attuale, nonostante le posizioni e le idee mainstream prevalenti, ufficiali (ma totalmente digiune di teoria federale), volte a edulcorarlo, a spaccarne la teoria in due tronconi fra loro incompatibili, a minimizzare quando non persino a ironizzare sul suo apporto alla teoria federale (in realtà di notevole peso e profondamente radicato nelle scienze sociali e politiche) e la portata delle elaborazioni sulla riforma federale. Gli ultimi dieci anni di vita e di studi vengono additati come contraddittori rispetto al suo percorso precedente. Eppure, non vi era stata anche nell’opera del proto-scienziato della politica Machiavelli un tentativo di porre le basi di una riforma radicale per affrontare il mondo in rapida trasformazione del suo tempo? Non si tratta forse di attività scientifica indicare i rimedi adottabili per evitare gravi degenerazioni? La realtà è che la sua teoria neofederale è l’apice di tutti i temi scomodi dei quali Miglio si è occupato in vita, spesso urtanti o persino terrorizzanti per i detentori del potere e i loro favoriti, dato che ne minacciano le ideologie che legittimano prebende e privilegi, così come gli orticelli accademici, le rassicuranti discipline formalizzate e ben compartimentate, sempre più dominate da rigide strutture gerarchiche.

In particolare, la sua teoria neofederale viene minimizzata – in perfetta dipendenza, consapevole o meno, da pregiudizi ideologici di marca giacobina (che sono alla base di questo stesso Stato unitario), senza considerare che quella teoria è convergente non solo con quella più avanzata a livello mondiale (ed è all’estero parte integrante di molta Scienza Politica), ma anche con altre discipline delle Scienze umane (ad esempio l’etologia – si pensi alle messe in guardia di Konrad Lorenz e di Irenäus Eibl-Eibesfeldt sui pericoli della concentrazione del potere e sulla conseguente necessità di adottare strutture federali! – ma anche la cibernetica, la psicologia, la teoria delle reti, ecc.) e parallelamente a quelle vi trova fondamento e ragione. Inoltre, non si tiene conto del fatto che quella teoria non derivava da posizioni arbitrarie, ma da una profonda analisi della degenerazione dello Stato moderno, alla quale Miglio ha dedicato decenni di studio. Essa derivava inoltre dall’analisi scientifica del fallimento del costituzionalismo, dalla difficoltà crescente di imbrigliare la politica con il diritto, dal problema colossale della concentrazione del potere e della sovranità, sempre più dotato di mezzi irresistibili (cosa già constatata da Carl Schmitt negli ultimi anni di vita), dal problema classico della tirannide (anch’esso rimosso dagli studi di “Scienza Politica”) e da molte altre premesse teoriche e scientifiche. Non è un caso del resto se gli esiti di questa teoria siano state proposte di riforma costituzionale in senso federale nelle quali sono stati individuati persino strumenti capaci di migliorare il sistema elvetico e di correggerne alcuni difetti che lo appesantiscono.

Quello che non si vuole accettare è che per Miglio, in accordo con la teoria politica più avanzata, ogni potere legittimo è sempre e solo un potere delegato, soggetto a revoca in ogni momento e dipendente dalla volontarietà effettiva di far parte di un’aggregazione politica. Le implicazioni di questo principio per chi detiene il potere e gode dei vantaggi a questo associati, sono infatti facilmente intuibili. È la fine dei principi gerarchici che hanno dominato la sovranità statuale moderna. La sua attualità risiede poi nel fatto che incominciano a sorgere seri dubbi sulla legittimità che una ristretta cerchia di politici che pretende di incarnare quella “sovranità”, indiscutibile e eterna, possa decidere per decine di milioni di persone, delle quali conoscono poco o nulla bisogni, aspirazioni e tradizioni. L’urgenza dell’autogoverno (self-rule) di comunità di ridotte dimensioni si impone pertanto nelle cose, ma di fronte ad essa si levano scudi (la negazione del diritto a decidere, senza che si veda la contraddizione con la stessa dottrina democratica) e forme di resistenza inaudite e disposte a tutto, persino a usare la violenza, pur di evitarne l’affermazione.

Gianfranco Miglio è vivo perché da uomo libero ha saputo – pagando con un lungo ostracismo – infischiarsene del conformismo intellettuale, oggi sempre più dilagante e non solo nelle accademie. È vivo e sempre più attuale perché la sua presenza attraversa il tempo, avendo ancora molto da dirci.

 

Saggio di Alessandro Vitale