I contadini cinesi: gli eroi liberisti del XX secolo

di Guglielmo Piombini

 

Le guerre dei comunisti ai contadini

La storia ha dimostrato che se c’è un ambito in cui il comunismo si è rivelato assolutamente disumano e fallimentare, è quello dell’agricoltura. Le rivendicazioni dei contadini, anche in epoche rivoluzionarie, sono sempre state di ispirazione liberista, contro lo Stato e a favore della proprietà privata. I contadini russi del 1917 e quelli cinesi del 1949 erano ribelli che rivendicavano la proprietà privata della terra e la libertà di commerciare i prodotti; non chiedevano né l’uguaglianza né il socialismo. Il risultato finale di queste rivoluzioni, ha osservato Murray N. Rothbard, non deve far dimenticare quale fu la rivendicazione iniziale, tanto rivelatrice della natura umana [1].

Tutti i tentativi dei governi socialisti di imporre il comunismo nell’agricoltura sono stati avversati dagli abitanti delle campagne. Per realizzare i loro obiettivi i dirigenti comunisti hanno dovuto usare in maniera massiccia la forza e il terrore, scatenando vere e proprie guerre di Stato contro le classi contadine. Ovunque le conseguenze sono state catastrofiche.

Il 9 maggio 1918 Lenin annunciò che «coloro che possiedono grano e non lo consegnano alle stazioni ferroviarie e agli ammassi destinati all’uopo saranno dichiarati nemici del popolo». Questa fu la prima delle tante dichiarazioni di guerra dei comunisti ai contadini, che il fondatore dell’Urss definì sprezzantemente kulaki, cioè sfruttatori:

Queste sanguisughe hanno bevuto il sangue dei lavoratori, arricchendosi tanto più quanto l’operaio soffriva la fame nelle città e nelle fabbriche. Guerra implacabile contro questi kulak! A morte!

Da Mosca e da Pietrogrado vennero inviati reparti di bolscevichi nelle campagne a requisire tutto il grano che trovavano. I contadini, tuttavia, reagirono violentemente: nell’estate del 1918, scoppiarono almeno duecento rivolte nelle campagne delle province centrali della Russia. Il risultato fu una devastante carestia, che iniziò nella primavera del 1921 e durò fino al 1923, causando la morte di circa sei milioni di persone. Solo gli aiuti internazionali permisero di salvare altri milioni di vite umane.

La grande carestia

Nelle feroci parole di Lenin contro i kulaki si trovano le radici profonde della violenza di Stalin contro i contadini, il quale nel 1929 decise di procedere alla collettivizzazione forzata delle campagne. Le terre vennero unificate in cooperative agricole o in aziende di stato, che avevano l’obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato. I contadini si opposero strenuamente alla collettivizzazione, nascondendo le derrate alimentari, macellando il bestiame ed anche utilizzando le armi. Stalin reagì ordinando sistematiche eliminazioni fisiche e deportazioni di massa nei campi di lavoro. A queste repressioni fece seguito nel 1932-33 una terribile carestia in Ucraina, che comportò altri sei milioni di morti. Negli anni quaranta Stalin disse al primo ministro inglese Winston Churchill che erano stati messi sotto accusa dieci milioni di kulaki e che “la gran massa era stata annientata”, mentre circa un terzo era stato mandato nei campi di lavoro [2].

Nei decenni successivi l’applicazione dei principi marxisti-leninisti all’agricoltura provocherà disastri alimentari e milioni di morti nelle campagne del Vietnam tra il 1956 e il 1959, della Cambogia dei khmer rossi tra il 1975 e il 1979, della Corea del Nord, dove forse due milioni di persone morirono per la mancanza di cibo alla metà degli Novanta. Gli stessi scenari di collettivizzazione forzata, rivolte contadine, repressioni e carestie con centinaia di migliaia di morti si sono avuti anche in Africa tra gli anni Settanta e Ottanta nei regimi comunisti instaurati in Etiopia, Angola e Mozambico [3].


Il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale

Nessun orrore però eguagliò il “Grande balzo in avanti”, l’introduzione del comunismo integrale nelle campagne voluto nel 1958-1962 da Mao Zedong, il quale, spinto dall’ambizione di diventare la guida ideologica del mondo comunista, ordinò una collettivizzazione ancor più completa di quella di Stalin. Fu una campagna violenta e brutale in cui molti contadini vennero torturati e picchiati a morte, e che provocò la più mortale carestia della storia del mondo. Le stime delle vittime, tutte concentrate nelle campagne, vanno dai 20 milioni (cifra ufficiale) ai 43 milioni [4].  

Dopo questa catastrofe, Mao venne di fatto estromesso dalle cariche dirigenziali del Partito Comunista. Nel 1966 però tornò alla carica per riprendersi il potere e ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista: la cosiddetta “Rivoluzione culturale”, che suscitò fervidi entusiasmi tra gli intellettuali occidentali. I giovani studenti risposero in massa al suo appello, scatenando terrore e distruzione in tutto il paese. Le violenze selvagge e le atrocità delle “guardie rosse” di Mao provocarono circa un milione di morti. La situazione tornò alla normalità solo con la sua morte nel 1976.


Lo storico accordo dei contadini di Xiaogang

La provincia orientale di Anhui fu una delle più colpite dalla carestia del Grande balzo in avanti. Nella contea di Fengyang morirono di fame 90.000 persone, un quarto della popolazione. In particolare, nel villaggio di Xiaogang i morti per fame furono 67 su 120 abitanti. Anche nel 1978 il raccolto non era stato buono, e gli abitanti del villaggio temevano si ripetesse una carestia come quella di vent’anni prima.

Spinti dalla disperazione, la notte del 24 novembre 1978 i diciotto capifamiglia del villaggio si riunirono di nascosto nella capanna di uno di loro. Dopo una breve discussione, sotto la luce di una lampada ad olio sottoscrissero un documento di 79 caratteri, con il quale dividevano la terra comune in singoli appezzamenti famigliari. Ben consapevoli dei rischi che correvano, previdero che in caso di arresto e condanna a morte le altre famiglie avrebbero allevato i figli fino a 18 anni.

L’accordo diceva:

Noi distribuiamo le terre alle famiglie, i cui capi famiglia hanno aderito apponendo la propria firma o il proprio sigillo. Se funziona, ogni famiglia si impegna a pagare allo Stato la propria quota della richiesta tassa agricola in grano e a non chiedere più denaro o grano allo Stato. Se non funziona, siamo disposti a essere condannati alla prigione o anche alla morte, e i membri della comunità si impegnano collettivamente ad allevare i nostri figli fino all’età di 18 anni.

Il patto era estremamente rischioso perché a quel tempo il concetto di proprietà privata era tabù in Cina. Nelle campagne tutti lavoravano nelle comuni, e non vi erano oggetti di proprietà personale. «Nessuno possedeva nulla, e perfino le pagliuzze appartenevano al gruppo» ricorda Yen Jingchang, uno dei firmatari. Durante un incontro con i funzionari comunisti, un contadino chiese: “E i denti che ho in bocca? Questi almeno sono miei?”. La risposta fu: “No. I tuoi denti appartengono alla collettività”.

In questo sistema il governo riceveva tutto il raccolto della comune e lo redistribuiva alle singole famiglie. Non c’era dunque nessun incentivo a lavorare duro, ad alzarsi presto alla mattina, a fare sforzi supplementari. «Che tu lavorassi o non lavorassi – continua Yen – ricevevi sempre lo stesso, ragion per cui la gente non andava a lavorare». A Xiaogang non c’era mai abbastanza cibo, e spesso i contadini andavano in altri villaggi a mendicare. I loro figli soffrivano la fame, e fu dunque la disperazione a spingerli a tentare il tutto per tutto, ricreando il sistema di produzione naturale al posto di quello artificiale imposto dal governo. Ogni famiglia, dopo aver versato la sua parte allo Stato, si sarebbe tenuta tutto il sovrappiù prodotto sul proprio appezzamento.


La privatizzazione segreta del 1978

Gli abitanti del villaggio tennero segreto l’accordo, e nascosero il contratto in una canna di bambù del tetto della capanna. La mattina dopo, quando tornarono al lavoro, tutto era cambiato. Fino al giorno prima i contadini aspettavano il fischio del capo-villaggio per trascinarsi stancamente nei campi. Quel giorno invece le famiglie uscirono a lavorare prima dell’alba. «Competevamo segretamente gli uni con gli altri – ricorda Yen – Tutti volevano produrre più del vicino». La terra, gli attrezzi e le stesse persone erano sempre le stesse, ma grazie al cambiamento delle regole tutta la situazione era cambiata.

Alla fine della stagione, il villaggio di Xiaogang produsse un raccolto superiore di cinque volte quello dei precedenti cinque anni messi insieme. Nel 1979 la produzione di grano aumentò di 90.000 chili, e il reddito pro-capite degli abitanti del villaggio aumentò da 22 yuan a 400 yuan. Questa prosperità attirò l’attenzione dei villaggi circostanti, che imitarono l’iniziativa dei contadini di Xiaogang prima che le autorità di Pechino se ne accorgessero.

Ad un certo punto, però, uno dei primi firmatari, Yen Hongchang, venne convocato nell’ufficio del locale Partito Comunista. I funzionari gli dissero che la loro iniziativa sarebbe stata punita con la morte. Ai tempi di Mao questa punizione sarebbe stata sicuramente eseguita, ma per fortuna in quel momento storico il leader riformista Deng Xiaoping era appena salito al potere, e i vertici del Partito Comunista volevano cambiare l’economia cinese. Così, invece di giustiziare i contadini di Xiaogang, alla fine i governanti cinesi decisero di adottare il loro sistema come modello per migliorare il disastroso stato dell’agricoltura. Negli anni successivi tutte i villaggi agricoli della Cina adottarono i principi di quel documento segreto. Nel 1982, non esistevano più comuni agricole in tutto il paese [5].

L’originale documento segreto sottoscritto dai contadini di Xiaogang nel 1978

Da quel momento in poi, grazie ad altre riforme liberalizzatrici nell’industria e nel commercio, l’economia della Cina cominciò a correre come un treno, con tassi superiori al 9 per cento annuo nei successivi trent’anni. 500 milioni di cinesi uscirono dalla povertà, e oggi la Cina è sulla via per diventare una potenza economica mondiale. Ma il primo passo dello straordinario passaggio della Cina dal comunismo all’economia di mercato si deve al coraggio dei visionari “malfattori” del villaggio di Xiaogang. Oggi il documento originale del patto segreto è conservato in un museo memoriale aperto al pubblico dal 2005, dove si può ammirare anche una grande scultura che ritrae la scena dei diciotto firmatari. Forse i futuri libri di storia attribuiranno a questo episodio la stessa importanza che ebbe il patto firmato dai Padri Pellegrini a bordo della nave Mayflower, prima di sbarcare in America.


La vittoria dell’ordine spontaneo

La scrittrice Kate Xiao Zhou ha assistito a tutte queste incredibili trasformazioni, e ha visto con i suoi occhi il modo con cui gli agricoltori cinesi hanno cambiato dal basso il paese. Nel 1966, quando scoppiò la Rivoluzione Culturale, Kate aveva dieci anni. Suo padre, un insegnante di inglese, venne arrestato come “intellettuale borghese”, e lei venne assegnata a una famiglia delle campagne, che come tutte viveva in condizioni primitive senza elettricità, bagno o acqua corrente. Nel 1972 tornò in città a lavorare in una fabbrica. Tutti i giorni, terminato l’orario di lavoro, doveva mettersi in coda molte ore per ricevere la razione di cibo. Quando però la proprietà privata venne introdotta nelle campagne, anche le file per il cibo in città scomparvero, perché gli agricoltori vendevano il loro surplus nei mercati della città.

Quando Kate nel 1982 ritornò al villaggio agricolo della sua infanzia, trovò una situazione completamente cambiata. Il luogo era diventato irriconoscibile. Tutti stavano costruendo una nuova casa. Ogni famiglia era occupata negli scambi di mercato. Le conversazioni a cena si focalizzavano sui modi di fare soldi. I consumi erano cresciuti: c’era almeno una bicicletta per ogni famiglia, e gli abitanti del villaggio facevano piani per acquistare una televisione o un piccolo trattore.

Quello che accadde in Cina, spiega Kate Xiao Zhou, fu l’emergere di un «movimento spontaneo, non organizzato, senza leader, non ideologico e apolitico» [6]. Friedrich von Hayek, scomparso nel 1992, sarebbe stato felice di scoprire che l’“ordine spontaneo” del mercato da lui teorizzato aveva preso vita proprio nel paese comunista più popoloso del mondo. Tuttavia, se i contadini avessero dato l’impressione di essere organizzati e di opporsi politicamente al Partito Comunista, sarebbero stati schiacciati brutalmente come gli studenti di piazza Tienanmen. Invece agirono senza una regia centrale, ciascuno cercando per proprio conto una nicchia di opportunità economiche per sfuggire alla fame e alla miseria.

Alla fine il successo del loro movimento divenne così vasto, che le autorità non potevano più riportare la situazione a com’era prima. L’alternativa sarebbe stata quella di tornare agli orrori del Grande balzo in avanti scatenando una nuova guerra contro i contadini, e questa era l’ultima cosa che Deng Xiaoping e i suoi colleghi volevano. Gli agricoltori non sfidarono apertamente le autorità, ma crearono dal basso un sistema migliore di quello esistente, e alla fine vinsero. Senza saperlo, applicarono alla perfezione il suggerimento di Buckminster Fuller:

Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.

Se esistesse un premio agli eroi liberisti del XX secolo, bisognerebbe assegnarlo agli umili contadini del piccolo villaggio di Xiaogang, situato vicino a Nanchino, nella provincia di Anhui. Nessuna vicenda meglio di questa racconta le tragedie e i cambiamenti della nostra epoca. Nessuna storia meglio di questa mette in luce il contrasto tra la naturale aspirazione degli uomini alla libertà e al benessere, e le disumane imposizioni collettiviste dello Stato pianificatore.

 

Saggio di Guglielmo Piombini, comparso originariamente su Miglioverde

 

 NOTE

[1] Murray N. Rothbard, “Lo Stato è un furto!”, in Guy Sorman, I veri pensatori del nostro tempo, Longanesi, 1990 (1989), p. 208-215.

[2] Robert Conquest, Il grande terrore, Mondadori, Milano, 1970 (1968), p. 44.

[3] Stéphane Courtois (cur.), Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano, 1998 (1997), p. 513-602 e 638-658.

[4] Jasper Becker, La rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta, Il Saggiatore, Milano, 1998 (1996), p. 87.

[5] David Kestenbaum e Jacob Goldstein, The Secret Document That Transformed China, National Public Radio, 21 gennaio 2012.

[6] Kate Xiao Zhou, How the Farmers Changed China: Power of the People, Westview Press, Boulder, 1996, cap. 1.


Rate this post