Cinque motivi per il cui il socialismo è sempre destinato a fallire

 di Hans-Hermann Hoppe, traduzione di Cristian Merlo

Il socialismo e il capitalismo offrono soluzioni radicalmente divergenti al problema posto dalla scarsità: posto che non possiamo tutti avere tutto ciò che desideriamo quando lo desideriamo, come stabilire chi deve esercitare il possesso e il controllo sulle risorse che deteniamo? La soluzione prescelta è foriera di profonde implicazioni. Può significare la differenza tra prosperità e impoverimento, tra scambio volontario e coercizione politica, persino tra totalitarismo e libertà.

Il sistema capitalista risolve il problema della scarsità riconoscendo il diritto di proprietà privata. Il primo utilizzatore di un bene è il suo proprietario. Gli altri possono acquisirlo solo attraverso scambi e contratti volontari. Ma fino a quando il proprietario del bene non decida di stipulare un contratto per scambiare il suo titolo proprietario, egli può disporne come meglio crede, purché non interferisca o danneggi fisicamente la proprietà altrui.

Il sistema socialista tenta di risolvere il problema della proprietà in un modo completamente differente. Similmente a un sistema capitalista, le persone possono detenere in proprio dei beni di consumo. Ma nel socialismo, il bene che riveste la funzione di mezzo di produzione è di proprietà collettiva. Nessuno può possedere gli impianti e le altre risorse che servono a produrre beni di consumo. È la collettività, per così dire, che li possiede. Se le persone impiegano i mezzi di produzione, possono farlo solo nella loro qualità di custodi a favore dell’intera comunità.

Le leggi economiche non sfuggono alla regolarità per cui alla socializzazione dei mezzi di produzione seguono inesorabilmente effetti economici e sociologici dannosi. L’esperimento socialista finirà sempre e comunque con un fallimento.

In primo luogo, il socialismo si traduce in minori investimenti, minori risparmi e standard di vita inferiori. Quando il socialismo viene inizialmente imposto, la proprietà deve essere redistribuita. I mezzi di produzione vengono sottratti agli effettivi utilizzatori e produttori e conferiti alla comunità dei “custodi”. Anche se i proprietari e gli utilizzatori dei fattori produttivi li hanno acquisiti per mutuo consenso da precedenti utilizzatori, questi vengono trasferiti a soggetti che, nella migliore delle ipotesi, diventano utilizzatori e produttori di risorse per cui, in precedenza, non disponevano di un legittimo titolo proprietario.

Con un simile sistema, i precedenti proprietari sono penalizzati a favore dei nuovi proprietari. I non-utilizzatori, i non-produttori e i non-contraenti dei mezzi di produzione sono favoriti assurgendo al rango di custodi di proprietà che non avevano precedentemente utilizzato, prodotto o contrattato per garantirsene l’impiego. È chiaro che in tal modo aumenta l’utilità per il non-utilizzatore, il non- produttore e il non-contraente. Lo stesso vale per il non risparmiatore che beneficia a spese del risparmiatore, il quale si vede confiscare il bene oggetto di risparmio.

Ne consegue, pertanto, che se il socialismo favorisce il non-utilizzatore, il non- produttore, il non-contraente ed il non-risparmiatore, aumentano di rimando i costi che devono sostenere gli utilizzatori, i produttori, i contraenti e i risparmiatori. È sin troppo facile comprendere perché ci saranno meno persone disposte a rivestire questi ultimi ruoli. Si registrerà, di conseguenza, una minore appropriazione originaria di risorse naturali, una minore produzione di nuovi fattori di produzione e un minore livello di scambi e transazioni produttive. Ci sarà meno propensione a proiettare lo sguardo in avanti in quanto gli sbocchi di investimento di tutti gli attori economici tenderanno a prosciugarsi. Si assisterà a una contrazione del risparmio e a un aumento dei consumi, a un decremento delle ore dedicate al lavoro e a un incremento del tempo libero. Ciò si aggiunge a un minor numero di beni di consumo disponibili per lo scambio, il che, a sua volta, riduce il tenore di vita e il benessere generale. Se le persone sono disposte a correre il rischio, dovranno essere disposte a scomparire per compensare queste perdite.

In secondo luogo, il socialismo si traduce in inefficienze, carenze e sprechi colossali. Questa è l’intuizione di Ludwig von Mises, il primo a scoprire che il calcolo economico razionale è impossibile in costanza di un regime socialista. L’economista austriaco ha dimostrato che i beni strumentali, nell’ambito della pianificazione socializzata di stampo socialista, sono impiegati nella migliore delle ipotesi nella produzione di bisogni di second’ordine e, nella peggiore, in una produzione che non soddisfa il benché minimo bisogno.

Ludwig von Mises

L’intuizione di Mises è semplice ma estremamente importante: poiché i mezzi di produzione in un’economia socialista non possono essere venduti, non possono nemmeno emergere dei corrispondenti prezzi di mercato [che ne riflettano l’indice di scarsità, ndt]. Il custode socialista non può stabilire i costi monetari realmente implicati nell’utilizzo delle risorse o nell’apportare modifiche alla struttura o alla durata dei processi di produzione. Non può nemmeno confrontare questi costi con gli utili rivenienti dalle vendite. Non gli è neppure consentito accettare offerte da altri agenti che intendano utilizzare i suoi mezzi di produzione, e pertanto non può neanche riscontrare in cosa consistano i suoi effettivi costi opportunità. E senza poter conoscere le opportunità a cui ha dovuto rinunciare, il custode socialista non è in grado, per definizione, di stimare i propri costi. Non può neppure stabilire se il suo metodo produttivo sia efficiente o inefficiente, desiderabile o indesiderato, razionale o irrazionale. Non può pertanto sapere se sta soddisfacendo i bisogni meno pressanti anziché quelli più urgenti dei consumatori.

In un sistema capitalista, i prezzi monetari e il libero mercato forniscono queste informazioni al produttore. Ma nel socialismo vengono dismessi sia prezzi dei beni capitali che le opportunità di scambio. Il custode deve muoversi al buio. E poiché non è in grado di gestire con cognizione di causa lo stato della sua attuale strategia di produzione, non può nemmeno sapere come migliorarla. Quanto meno i produttori sono in condizione di esperire il calcolo economico e di prodigarsi in strategie di miglioramento, tanto più è probabile che si realizzino sprechi e carenze. In un’economia in cui il consumatore può disporre di un mercato esteso e ramificato per soddisfare i propri bisogni, il dilemma del produttore si acuisce oltremodo. Inutile rimarcarlo: in assenza di un calcolo economico razionale, la società sprofonda in un impoverimento generale che va progressivamente aggravandosi.

In terzo luogo, il socialismo si traduce in un uso spropositato dei fattori produttivi che si esaurisce solo nel momento in cui questi scontano un massimo stato di degrado e subiscono un danneggiamento irreversibile. Un proprietario privato in un’economia di libero mercato ha il diritto di vendere il proprio fattore di produzione in qualsiasi momento e di acquisire gli introiti derivanti dalla sua vendita. Quindi è del tutto incentivato a evitare di pregiudicare il suo valore di capitale. Proprio perché ne è proprietario, il suo obiettivo è quello di massimizzare il valore del fattore responsabile della produzione dei beni e dei servizi che vende.

Lo status del custode socialista è invece completamente differente. Non può vendere il proprio fattore di produzione, quindi dispone di pochi o di alcun incentivo che lo induca a preservarne il valore. Il suo stimolo sarà invece quello di aumentare la sovrautilizzazione del proprio fattore di produzione, senza considerare in alcun modo i pregiudizi di decadimento recati dall’usura. Non è da escludere la possibilità che il custode possa anche intercettare delle opportunità di impiego dei mezzi di produzione per soddisfare finalità squisitamente private, come produrre dei beni per il mercato nero: in tal caso, egli sarà incoraggiato ad aumentare la produzione a spese del valore del capitale. Non importa sotto quale aspetto si intenda inquadrare la questione: in un’economia socialista priva della proprietà privata e del libero mercato, i produttori saranno inclini a consumare i valori di capitale attraverso una loro utilizzazione abusiva ed eccessiva. Il consumo di capitale conduce per forza di cose all’impoverimento.

In quarta istanza, il socialismo determina una riduzione della qualità dei beni e dei servizi disponibili per il consumatore. In un contesto di libero mercato, un singolo imprenditore può mantenere e consolidare la propria impresa solo se è in grado di recuperare i suoi costi di produzione. E poiché la domanda dei prodotti dell’impresa dipende dalle valutazioni dei consumatori sul prezzo e sulla qualità dei beni (il prezzo rappresenta un criterio di misura della qualità), la ricerca della qualità del prodotto costituisce un pensiero costante per i produttori. Queste dinamiche sono rese possibili solo dall’operare della proprietà privata e dagli scambi di mercato.

Le cose sono completamente diverse in un’economia socialista. Non solo i mezzi di produzione sono di proprietà collettiva, ma lo sono anche gli utili rivenienti dalla vendita della produzione. Questo è un altro modo per dire che il reddito del produttore ha poche o alcuna correlazione con la valutazione che il consumatore effettua in ordine all’attività svolta dal primo. Questa circostanza, ovviamente, è nota a tutti i produttori.

Il produttore non dispone pertanto di incentivi per prodigarsi in sforzi particolari atti a migliorare la qualità del proprio prodotto. Dedicherà invece relativamente meno tempo e sforzi per produrre ciò che i consumatori desiderano e trascorrerà più tempo per fare ciò che lui stesso desidera. Il socialismo è un sistema che promuove l’indolenza dei produttori.

Marx ed Engels

In quinto luogo, il socialismo conduce alla politicizzazione della società. Praticamente nessun altro fenomeno può recar più danni per la produzione di ricchezza. Il socialismo, almeno nella sua versione marxista, sostiene che il proprio obiettivo primario è la completa uguaglianza. I marxisti osservano che una volta ammessa la proprietà privata dei mezzi di produzione, si permette l’introduzione delle differenze. Se possiedo la risorsa A, ne consegue al contempo che non la possa detenere anche tu, e la nostra relazione nei confronti della risorsa A diventa diversa e diseguale. Abolendo in un colpo solo la proprietà privata dei mezzi di produzione, affermano i marxisti, tutti diventeranno comproprietari di tutto. Ciò statuisce la parità della totalità degli individui in quanto esseri viventi.

La realtà dei fatti è però molto distante da queste narrazioni. La statuizione di principio per cui tutti siano comproprietari di tutto risolve solo nominalmente le differenze nel diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo. Non si trova risoluzione al vero problema di fondo: perché permangono delle diseguaglianze nell’esercizio del potere di controllo su ciò che viene fatto con le risorse.

In un sistema capitalista, la persona che detiene una risorsa può anche esercitare un controllo sul suo utilizzo. In un’economia socializzata, questo non è possibile proprio perché non esiste alcun proprietario. Resta comunque il problema del controllo. Chi deciderà cosa fare con che cosa? In un’economia socialista, vi è un solo modo per dirimere la questione: le persone compongono i propri disaccordi sul controllo della proprietà sovra-imponendo una volontà all’altra. Finché persistono differenze, le persone tenderanno a risolverle ricorrendo ai mezzi politici.

Se le persone vogliono migliorare il proprio benessere sotto il socialismo, devono ambire a una posizione di maggior rilievo nella gerarchia dei custodi. Ci vuole talento politico. In un siffatto sistema, le persone dovranno dedicare meno tempo e sforzi per sviluppare le proprie capacità produttive e maggior tempo ed energie, al contrario, per affinare le proprie attitudini politiche.

A mano a mano che le persone abbandonano i loro ruoli di produttori e utilizzatori di risorse, scopriamo che la loro personalità muta di conseguenza. Non si dedicano più a sviluppare quelle competenze funzionali ad anticipare situazioni di scarsità, a cogliere opportunità produttive, ad acquisire conoscenze per comprendere l’espansione della frontiera delle possibilità originata dall’evoluzione tecnologica, a intercettare in maniera preventiva i cambiamenti nella domanda dei consumatori, a sviluppare nuove strategie di marketing. Queste persone non hanno più bisogno di avviare intraprese economiche, di impegnarsi nel lavoro e di trovare soddisfacimento ai bisogni altrui.

Al contrario, esse sviluppano la capacità di raccogliere il sostegno pubblico per affermare la propria posizione e le proprie idee attraverso i mezzi di persuasione, la demagogia e gli intrighi, senza disdegnare di ricorrere a promesse, tangenti e minacce. Sono molte di più le persone che riescono a salire ai vertici in un regime socialista, rispetto a quanto accade in un’economia capitalista. Quanto più in alto si osserva la gerarchia socialista, tanto più si troveranno persone che si dimostrano troppo incompetenti per svolgere il lavoro che dovrebbero fare. La stupidità, l’indolenza, l’inefficienza e l’incuranza non costituiscono però un ostacolo all’avanzamento di carriera di un “politico-custode”. Egli necessità solo di abilità politiche superiori. Anche questo contribuisce indubbiamente all’impoverimento della società.

Gli Stati Uniti non sono un Paese completamente socializzato, ma già constatiamo gli effetti disastrosi di una società politicizzata nella misura in cui i nostri stessi politici continuano a invadere i diritti di proprietà privata dei proprietari. Tutti gli effetti depauperanti del socialismo sono presenti negli Stati Uniti: livelli ridotti di investimento e risparmio, cattiva allocazione delle risorse, sovra-utilizzo e danneggiamento irreversibile dei fattori di produzione, qualità inferiore di prodotti e servizi. E questi sono solo degli assaggi della vita sotto il socialismo integrale.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe, pubblicato su Mises Institute

Traduzione di Cristian Merlo

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