Parassitismo politico, rendita politica e distruzione del tessuto produttivo

Estratti di lettura

Cos’è il parassitismo politico – di Alessandro Vitale

Estratto: dal saggio “Rendita politica, Stato e parassitismo” di Alessandro Vitale

Il parassitismo, ossia il “vivere alle spalle degli altri”, metodo per procacciarsi risorse che non sono state prodotte o scambiate, ma conquistate con l’uso potenziale (minaccia) o effettivo della violenza, è quanto di più connaturato alla politica e di più diffuso si possa immaginare. In tutte le lingue indoeuropee, il termine per “parassitismo” indica “vivere a spese di un altro” e del suo lavoro. È un fenomeno talmente universale da dominare anche il mondo animale, come norma piuttosto che come eccezione.[1] Solo nelle convivenze politiche umane, tuttavia, diventa una forma di adattamento basata su un’attività di sistematica rapina ai danni – come accade solo in qualche caso fra gli animali – di conspecifici (“autoparassitismo”) ridotti a prede, conservate senza sopprimerle dopo averle sottomesse, al fine di meglio sfruttarle estorcendone le risorse che scambiano o producono, senza doverle produrre a propria volta, ma godendone in modo improduttivo, spogliando, indebolendo e impoverendo i sottomessi, che spesso finiscono per accogliere con benevolenza e tollerare il parassita, fino al limite estremo della propria riduzione in miseria. Come il parassitismo animale, anche quello politico è un metodo per procacciarsi risorse altrui (legittimamente acquisite) o prodotte o scambiate da altri, che affligge l’umanità da millenni. Il parassita è colui che non produce ricchezza, ma vive consumando quella prodotta da altri. Insieme ad altri simili takers può formare un’intera classe predatoria (anche di milioni di persone) che vive del lavoro e delle risorse altrui, contrapponendosi alla classe dei makers, dei produttori sottoposti a tributo.

Le analogie funzionali fra il parassitismo animale e quello politico sono impressionanti, a partire dalla loro strategia evolutiva e di adattamento, per arrivare alla loro diffusione in vere e proprie epidemie di “parassitosi” (in campo politico si può infatti parlare infatti di “riscosse parassitarie”, che avvengono quando viene adocchiata e conquistata – con la minaccia della violenza o con il suo uso effettivo – la ricchezza prodotta da gruppi di produttori assoggettati), sebbene la differenza decisiva fra i due ambiti vada rinvenuta nell’importanza che l’immaginazione, l’autocoscienza, il linguaggio, la scelta consapevole e soprattutto la volontà giocano nell’ambito dell’azione umana.[2]

Il parassitismo umano è un fenomeno politico per eccellenza, in quanto è predazione sistematica (e istituzionalizzabile) che può essere condotta da un gruppo umano a spese di un altro, proprio grazie alla presenza del potere politico, evidente o sullo sfondo, il quale garantisce il soddisfacimento dei bisogni del gruppo parassitario. È un fenomeno macroscopico nella storia e nelle società umane: gli uomini cercano sempre, quando possono, di vivere alle spalle dei loro simili, secondo una “legge del minimo sforzo”, servendosi della costrizione e del potere (“mezzi politici” di acquisizione della ricchezza), perché, come notava Bastiat, la spoliazione è meno onerosa del lavoro e perché se l’uomo ha il potere politico, come sottolineavano Oppenheimer e Jay Nock, preferisce il mezzo politico a quello economico. La politica – e ancor più lo Stato, in quanto “organizzazione dei mezzi politici” per l’acquisizione della ricchezza, che in esso raggiungono un grado di concentrazione, organizzazione e sistematizzazione mai visto in epoche passate e che trasforma in tal modo questa aggregazione politica, nella quale ancora viviamo, nella massima espressione del parassitismo sistematizzato, fruibile da parte di classi politiche e burocratiche in modo regolare e relativamente tranquillo – forniscono una scorciatoia per l’appropriazione di ricchezze prodotte da altri e la conquista/mantenimento di posizioni di potere politico (consentendo di vivere sotto l’ombrello di chi può minacciare l’impiego della violenza) e sono il modo più facile per sfuggire alla necessità di lavorare e all’incertezza del futuro (in quanto il potere politico garantisce la continuità e la sistematizzazione dello sfruttamento), godendo del frutto del lavoro altrui.[3] Naturalmente l’incentivo a far parte, direttamente o indirettamente, del gruppo che può utilizzare quei mezzi, sarà direttamente proporzionale alle dimensioni di quel potere.

L’uso del termine “parassitismo”, per quanto adeguato a descrivere un’attività concreta (il “vivere alle spalle degli altri”), presenta tuttavia alcune difficoltà. La prima è quella del suo impiego in forma dispregiativa e moralistica, a volte presente nella polemica politica. Tale uso rischia di far perdere di vista la concretezza e la diffusione del problema. La seconda, dipendente dalla prima, è il pericolo che un fenomeno tanto vasto, universale e connaturato alla politica (poiché con questa coesiste, dipendendone) e dal carattere intrinsecamente predatorio del potere, sia ridotto a casi singoli, isolati, cancellando il carattere strutturale che il fenomeno possiede in tutte le convivenze umane, per quanto la sua presenza possa enormemente variare a seconda del tipo di aggregazioni e al loro “tasso di politicità”, nonché dell’equilibrio/squilibrio fra produttori e parassiti e alle condizioni politiche che permettono e/o incentivano il “vivere alle spalle degli altri”. Nel campo dell’indagine scientifica se ne può pertanto fare uso solo prendendo precise precauzioni. La prima è quella di tenere conto del fatto che il lemma si riferisce a un fenomeno evidente, oggettivamente rilevabile e studiabile solo se inteso nel suo carattere strutturale e universale. La seconda è di essere coscienti (e di esplicitare il fatto) che si sta parlando, né più né meno, del fenomeno onnipresente della “rendita politica”.


[1] Sul parassitismo nel mondo animale si veda il sintetico e chiaro studio di Bordese Claudia, Vivere alle spalle degli altri, Blu Edizioni, Torino, 2009.

[2] Le recenti scoperte delle neuroscienze non spostano il peso della razionalità e del calcolo cosciente al quadro delle finalità profonde, quali la ricerca della ricchezza e dei vantaggi, anche di tipo economico, perseguite nella forma di rendita parassitaria mediante l’attività politica. Infatti, aspetti irrazionali e/o inconsci, tipici anche della strategia evolutiva del parassitismo animale o solo di quello umano (desiderio di prestigio, di onori, ambizione, soddisfazione psicologica derivante da un’attività di comando, disponibilità di maggiori partner sessuali o rapporti di fedeltà coltivati per poi primeggiare, ecc.) si compenetrano anche nel caso del parassitismo politico, con autoevidenti aspetti di calcolo razionale nell’ambito di un “egoismo parassitario” finalizzato allo sfruttamento cosciente del prossimo al fine dell’acquisizione delle ricchezze prodotte da altri. Come ha notato Angelo Panebianco, emozioni e razionalità come componenti dell’azione politica giocano in tandem e sono compresenti. Le emozioni non sostituiscono la ragione e contrapporle è sbagliato. Cfr. Panebianco Angelo, L’automa e lo spirito. Azioni individuali, istituzioni, imprese collettive, Il Mulino, Bologna 2009, p. 77.

[3] Non solo: Antony de Jasay ha spiegato in che modo questa opera di sfruttamento ottenga, nella forma statale di organizzazione del potere, continui incentivi ad autoalimentarsi. Jasay Anthony, Lo Stato, IBL Libri, Torino, 2017.

 

Redditi di mercato e rendite politiche – di Cristian Merlo

Estratto: dal saggio “I misteri del parassitismo politico: indagine sull’origine, la natura e le conseguenze di un fenomeno universale e universalmente sottaciuto” di Cristian Merlo

Nel corso dei millenni e a seconda delle varie aree geografiche, il pendolo della storia è sempre stato in tensione e ha oscillato ora verso un polo di questi modelli di interrelazione e di aggregazione sociale (obbligazione contrattuale), ora verso l’altro, il paradigma opposto plasmato sulla contrapposizione/disgregazione statale (obbligazione politica).

Certo è che:

Per secoli, gli scambi di beni e servizi, i quali venivano liberamente e volontariamente intrapresi dai contraenti interessati, comparivano e scomparivano, essendo perpetuamente sottoposti a interruzioni forzose. Predatori lontani o governanti più o meno vicini sono sempre stati perennemente indotti a ottenere le ricchezze conquistandole, anziché acquistandole; e quando costoro avevano portato a compimento i propri atti di predazione, le relazioni commerciali e la produzione volontaria orientata agli scambi di mercato si contraevano pesantemente, o addirittura si dissolvevano per un determinato periodo di tempo. Ma la propensione orientata al mercato tendeva invariabilmente ad attecchire di nuovo, in ragione dei mutui vantaggi sottesi agli scambi di beni provenienti da svariate parti del mondo ovvero prodotti da soggetti economici qualificati da distinte specializzazioni delle competenze.[1]

Dal fatto che sussista una contrapposizione irriducibile tra obbligazione contrattuale e obbligazione politica discendono a cascata una serie di conseguenze rilevanti.

Gianfranco Miglio (1918 – 2001) è stato un giurista, politologo, accademico e political scientist di fama internazionale

Se il primo tipo di obbligazione, come visto, si configura come il frutto dello scambio libero e volontario tra due soggetti posti su un piano di parità, il secondo è, al contrario, l’effetto dalla coercizione politica esercitata da alcuni soggetti che si fanno forti di una particolare posizione di potere. Perché, e su questo il consenso dei politologi è ormai unanime, “là dove c’è politica c’è potere”[2] e “la lotta per il potere […] è la vera legge aurea della fenomenologia politica”.[3]

La dicotomia fra obbligo contrattuale e obbligo politico segna del resto anche la differenza fondamentale che contraddistingue le antitetiche modalità di acquisizione delle risorse che sono proprie di quei due mondi.

Se l’obbligazione contrattuale è la fonte di un “reddito di mercato”, cioè di utili derivanti da lavoro, cooperazione e scambio, al contrario l’obbligazione politica costituisce la fonte della “rendita politica”, ovvero di vantaggi parassitari che alcuni gruppi privilegiati ottengono a spese di chi viene assoggettato alla espropriazione delle risorse legittimamente guadagnate nel circuito produttivo e subisce il taglieggiamento dei frutti del proprio onesto lavoro. Nell’ambito di una rendita politica:

Colui il quale è in grado di stabilire il bisogno mediante costrizione è anche colui che, o direttamente ricava il tributo che in tal modo impone, o lo trasferisce normalmente ai suoi seguaci perché lo godano. Questo è il meccanismo classico della rendita politica.[4]

A differenza dei redditi di mercato, che sono per loro natura alquanto aleatori e incerti, le rendite politiche sono appetite per la loro garanzia di successo e per la loro stabilità nel tempo: lo schema, almeno in via teorica, funziona nella misura in cui i governanti, i quali fissano arbitrariamente la “distribuzione della preda”, sono in grado di bilanciare profittevolmente l’ampliamento del perimetro dell’estrazione parassitaria con il mantenimento di un adeguato tessuto produttivo, imprescindibile per emungere le risorse da distribuire per sé e i propri seguaci.

Soprattutto nello Stato moderno, infatti, la “quota di preda” è costituita dai tributi generati dai produttori con il loro lavoro, che viene poi prelevata e ripartita secondo schemi redistributivi volti a sostituire il libero mercato.

Quanto più gli esiti dell’allocazione politicizzata delle risorse possono essere legittimati all’esterno come il frutto di un’attività buona e giusta o, al limite, spacciati come gli effetti collaterali di una funzione di comando e regolazione comunque necessaria per la sopravvivenza in sicurezza di tutti i consociati, più le élites politiche e il loro aiutantato sono in grado di mietere successi.

Come ha sempre brillantemente evidenziato in una delle sue preziose lezioni il Professor Gianfranco Miglio,[5] avvalendosi di formidabili meccanismi che fungono da volano nel processo di erogazione e gestione della rendita parassitaria (quali sono in particolare i partiti politici e la macchina burocratica statale) e supportati in ciò da ideologie funzionali e da efficaci formule di legittimazione politica, i capi politici devono essere anzitutto in grado di assolvere gli obblighi connessi al rapporto fiduciario sottoscritto con i seguaci più attivi, per ripagare il loro consenso e il loro supporto alla causa. Tale rapporto si concretizza nella “fornitura” di protezione attiva, di rendite politiche continuate (paghe pubbliche, prebende, privilegi, sussidi, licenze) e di chances politiche occasionali (prestazioni assistenziali “gratuite”, servizi erogati dalla previdenza sociale).


[1] McNeill, W. H., The Human Condition. An Ecological and Historical View, Princeton University Press (1917) 1980, traduzione dall’inglese, p. 10.

[2] Miglio, G., Lezioni di Politica, II Volume, Scienza della politica, a cura di Alessandro Vitale, il Mulino, Bologna, 2011., p. 187.

[3] Ivi, p. 388.

[4] Ivi, p. 323.

[5] Si rimanda alla lettura del già citato Miglio, G., Lezioni di Politica, II Volume, e segnatamente alla Parte seconda, Capitolo primo del Volume, titolata Attori, strumenti e maschere della politica.

 

Conclusioni: una nuova coscienza di classe? – di Guglielmo Piombini

Estratto: dal saggio “Verso una teoria liberale della lotta di classe” di Guglielmo Piombini

Negli ultimi anni in Italia si è verificato un colossale trasferimento di ricchezze dal settore privato al settore statale. Nel 1996 le entrate dello Stato italiano ammontavano a più di 450 miliardi di euro, nel 2003 hanno raggiunto i 600 miliardi, e nel 2013 i 760 miliardi. L’aumento della spesa è stato ancora più rapido di quello delle entrate. La spesa pubblica, che nel 1996 superava di poco i 500 miliardi di euro, ha raggiunto i 600 miliardi nel 2001, ha quasi toccato i 700 miliardi nel 2005, per poi superare gli 800 miliardi nel 2013.

 Questi numeri rivelano che nell’arco di una ventina d’anni, caratterizzati da una bassissima crescita economica, i privati sono stati costretti a suon di minacce, insulti e pesanti intimidazioni a versare nelle mani dei membri dell’apparato statale 300 miliardi aggiuntivi, oltre ai 500 miliardi che già pagavano! Se escludiamo le esperienze storiche delle rivoluzioni comuniste, probabilmente non si è mai verificata un’espropriazione di ricchezze private così rapida e imponente.

L’Italia è stata trasformata in un inferno fiscale per mezzo di una guerra unilaterale, dichiarata e combattuta dalla parte armata e munita del monopolio dei mezzi di costrizione, e subita dalla parte disarmata della società. Tutto l’ordinamento politico, amministrativo e giudiziario italiano, infatti, è congegnato in modo da far prevalere sempre l’interesse dei consumatori di tasse su quello dei pagatori di tasse. Nella giurisprudenza amministrativa e costituzionale anche le forme più ingiuste di privilegio diventano automaticamente intoccabili “diritti acquisiti” se vanno a vantaggio dei tax-consumers (come l’illicenziabilità, i vitalizi, le pensioni d’oro, baby, doppie o triple), ma lo stesso non accade quando i vantaggi sono a favore dei tax-payers. Ad esempio, una riduzione fiscale non diventa mai un “diritto acquisito” per il contribuente, e può essere sempre revocata dal potere politico.

Tutte le guerre fiscali sono sempre condotte dai potenti e dai privilegiati contro i ceti più indifesi della società. I vincitori di questo scontro, infatti, sono stati i membri della casta (politici e funzionari pubblici), che oggi risultano più numerosi, potenti, ricchi e tutelati. Gli sconfitti sono stati i lavoratori del settore privato, gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, che hanno perso il lavoro, la casa, l’azienda, e sono stati spinti a emigrare o a suicidarsi.

Questa guerra scatenata dallo Stato contro l’apparato produttivo del paese, tuttora in pieno svolgimento, non ha alcuna giustificazione razionale, né dal punto di vista politico, né dal punto di vista economico. La spesa pubblica italiana era considerata eccessiva già negli anni Novanta; pochi ne chiedevano l’ulteriore aumento, nessuno chiedeva di raddoppiarla in meno di vent’anni. Nella società italiana non è mai esistita una domanda di “maggior Stato” tale da giustificare quell’elenco interminabile di nuove tasse introdotte negli ultimi anni.

Anche dal punto di vista economico questa offensiva fiscale non sembra avere una legittimazione plausibile. La decisione delle classi governanti di dare il via all’escalation di tasse e spesa pubblica non ha migliorato il livello qualitativo di nessun servizio pubblico rispetto a vent’anni fa, ma ha aumentato a dismisura le occasioni di spreco e di corruzione, la corsa ai privilegi odiosi e ingiustificati, ha distrutto una larga fetta del tessuto produttivo privato costringendo alla chiusura centinaia di migliaia di piccole imprese, ha provocato l’aumento della disoccupazione e più in generale l’abbassamento del tenore di vita delle famiglie.

Del tutto pretestuosa, infatti, è l’idea che l’attuale livello esorbitante delle imposte sia necessario per finanziare i servizi pubblici. In realtà lo Stato offre servizi scadentissimi o inesistenti a costi stratosferici, che nessuna persona sana di mente acquisterebbe mai volontariamente sul mercato. È stato calcolato, ad esempio, che per l’istruzione di un alunno lo Stato spende tre-quattro volte più di una scuola privata; che la spesa pubblica pro-capite per la sanità permetterebbe di acquistare sul mercato tre assicurazioni sanitarie onnicomprensive a testa all’anno; che versando gli ingenti contributi pensionistici in una polizza o in un fondo, un lavoratore privato potrebbe riscuotere, al termine dell’attività lavorativa, una rendita vitalizia dieci volte più cospicua della pensione da fame che gli darà l’Inps.

Se i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato avessero libertà di scelta, e potessero rinunciare ai servizi pubblici trattenendo per sé le imposte pagate, si verificherebbe una fuga generalizzata dallo Stato. Tutti preferirebbero l’aumento del 70 per cento dei propri redditi alla fruizione degli attuali servizi pubblici di infimo livello. A quel punto la completa inutilità dello Stato italiano diventerebbe evidente a tutti. L’intera impalcatura statale e tutte le ideologie che la giustificano crollerebbero come castelli di carta.

 

Cristian Merlo è curatore del volume “Parassitismo politico e lotta di classe. Per una riscossa dei produttori” (Leonardo Facco Editore, 2019, 286 pagine), che si caratterizza per essere una tra le più approfondite raccolte di studi intese a indagare il conflitto di classe tra produttori di ricchezza e parassiti.

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